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SCUOLA/ La classe di stranieri a San Donato? Una buona scelta, ecco perché

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Se invece pensasse esclusivamente a dividere le classi in ragione delle capacità personali, avrebbe fatto un cattivo esempio, formando sì bravissimi esperti, ma senza sviluppare in questi il senso del vivere insieme. 

La scuola deve rispondere ad entrambi gli aspetti: si tratta di un modello educativo in cui il singolo è parte di una comunità (composta da persone diverse da sé) e in cui chi guida la comunità (in tal caso gli insegnanti) diventa colui che aiuta il singolo a sentirsi parte della stessa e la comunità intera a sentire il singolo come parte fondamentale di sé. In altre parole, lo sviluppo di legami affettivi (di aiutare gli alunni a considerare l'altro come un qualcosa che riguarda sé) non può essere un aspetto secondario della missione scolastica: solo persone in relazione tra loro metterebbero in moto meccanismi di aiuto/dono/comprensione che possono dare esiti positivi all'integrazione. Una piena integrazione avviene quando si mettono in relazione continua l'uguaglianza e la diversità. Pertanto, la scelta della scuola bolognese sembra positiva, come meccanismo per aiutare il singolo (e in seguito) l'intera classe a integrarsi con il resto della comunità scolastica.



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