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SCUOLA/ Uscire a 18 anni? L’"impossibile" non è mai stato così necessario

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Pare dunque essere andato in porto il decreto autorizzativo della sperimentazione di un percorso che punta all'abbreviazione di un anno della secondaria di II grado. E – sia pure a partire solo dal prossimo anno scolastico - non saranno solo scuole paritarie, come sembrava prospettarsi fino a poche settimane or sono, ma anche alcune scuole statali che si erano proposte in forza delle loro esperienze didattiche, del loro legame con il territorio e con il patrimonio di rapporti con l'estero intessuto in questi anni. 

Inutile dire quanto opportuna sia stata la decisione di non limitare il campo della sperimentazione al settore delle paritarie, sia perché mai come in questa occasione davvero era necessaria l'uguaglianza delle opportunità, sia perché una innovazione di questa portata deve poter essere valutata in un contesto che ne garantisca la trasferibilità in tutta la scuola pubblica. Ma non solo per questo ci pare che il decreto sia opportuno e che la sperimentazione debba essere seguita con tutta l'attenzione che merita.

C'è sicuramente l'esigenza – tutt'altro che strumentale - di allineare l'età di uscita dal secondo ciclo di istruzione a 18 anni, come nel Regno Unito, in Francia, in Spagna e nelle scuole tecniche tedesche e svizzere. C'è, poi, la constatazione che i risultati di apprendimento rilevati dalle indagini Ocse non hanno correlazione alcuna con la durata del percorso scolastico. E c'è l'insofferenza dei giovani per una troppo lunga condizione di isolamento dalle concrete problematiche e opportunità offerte dai territori, causa non ultima della loro crescente demotivazione.

Naturalmente l'affermazione che basterebbe ridurre di un anno la durata degli studi ha lo stessa credibilità di quella che, al contrario, rivendica come toccasana l'aumento delle discipline studiate, del monte-ore e dei docenti. Ossia nessuna, perché la questione non è quantitativa ma di qualità delle didattica e di formazione degli operatori.

Siamo convinti che le "Linee guida" per l'implementazione del nuovo ordinamento negli istituti tecnici e professionali, con la duplice indicazione della didattica per l'acquisizione di competenze e della flessibilità organizzativa, costituiscano uno dei punti significativi della riflessione pedagogica del nostro paese. In misura diversa, del resto, anche le Indicazioni per i licei convergono su questa prospettiva in cui confluiscono decenni di esperienze, dai "progetti assistiti" ministeriali di ormai lontana memoria alle aree di progetto su commessa, alle imprese formative simulate, alle diverse forme di alternanza scuola-lavoro.

Ciò nonostante, le scuole faticano moltissimo a entrare in questa ottica. Dire che si tratta di un problema di mancata formazione è tanto giusto quanto ovvio. L'amministrazione non ha prodotto niente di simile a quello che è rimasto l'unico vero grande esempio di riforma supportata da un programma coerente di aggiornamento dei docenti, cioè quello dei programmi della scuola elementare nel 1985. 



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COMMENTI
28/11/2013 - Sono sempre i soliti noti (ROBERTO PELLEGATTA)

Non so se sia così utile sperimentare un liceo più breve. Ci metteremo 4 anni? Ha un senso? E qual è l'oggetto della sperimentazione? Se funziona? Ma allora altro che quattro anni; perchè poi bisogna aspettare gli effetti di un buon inserimento universitario. Quindi aspettiamo 8 anni per vedere se va bene? Ma via: usciamo da queste soluzioni di facciata, che poi, chissà come, sono assegnate sempre "ai soliti noti", alle scuole vicine, più vicine che non si può, al Ministero! La questione seria è solo una: il nostro sistema scolastico, nella secondaria, fa acqua, specie dopo il fantomatico Riordino Gelmini (ma non solo da lì). C'è qualcuno che ha il coraggio di mettervi mano seriamente? Fin'ora all'orizzonte non se ne vede. Intanto.... sperimentiamo. Abbiamo fatto così per decenni, quando mancavano (o non si volevano) soluzioni.