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SCUOLA/ Stefan, Harnek, Kledor e quella lezione di "miseria" a noi italiani

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La tentazione di vivere al condizionale, in classe, è continua: dovrebbero sapere l'italiano, dovrebbe essere educato, non dovrebbe dire insulti contro i serbitutte cose giuste, ma che non possono essere un punto di partenza perché, come testimonia il modo verbale, attualmente non sono: ciò che già è così come è, ben diverso da come te l'eri aspettato, può – al contrario – essere l'inizio di una conoscenza nuova, di lavori imprevisti, di scoperte impensate.

Tutti si stupiscono quando dico che, nelle mie classi, gli alunni migliori sono in buona parte stranieri. Prendiamo la prima, la seconda e le due terze; in prima, un indiano, un bosniaco e un rumeno, assieme a un bergamasco verace, "tirano" letteralmente la classe, bombardando i docenti di domande, richieste di chiarimento, tentativi di risposta: mostrano agli altri una vita, un desiderio di conoscere, di capire, di imparare che, in molti, si è già assopito. L'indiano, per esempio, fa una gran fatica in italiano: ma domanda, fa i compiti, e in due mesi ha imparato cose di grammatica che molti locali, decisamente più sicuri di loro stessi, non riescono ancora a capire (semplicemente perché non ascoltano). Nel suo caso, la difficoltà linguistica non è un limite, ma una enorme risorsa per me, perché diventa occasione di lavoro per tutta la classe. E ancora: in matematica, gli stessi indiani ottengono risultati invidiabili, e ricambiano così la pazienza avuta dagli italiani di fronte a certe domande di lingua: se Sarjot scrive "L'ettera", Daniele scrive "3/5=15".

Immagino che ci siano numerose teorie riguardo a questo. Io non le conosco ma, dopo aver letto alcuni temi scritti dai ragazzi di terza, sono sempre più convinta che l'esperienza vissuta da questi ragazzi li abbia resi umili, pieni di domande e di voglia di vivere. La traccia del tema era: "Da cosa può ricominciare un uomo nella miseria, che non sa più da che parte girarsi? Rispondi partendo dai testi letti in classe e, soprattutto, dalla tua esperienza personale". Eccone tre estratti.

"Quando sono arrivato in Italia avevo cinque anni e ho iniziato ad andare a scuola quando avevo sei anni, non avevo amici e non sapevo parlare bene l'italiano in modo che potessi farmeli. All'intervallo stavo sempre da solo, non sapevo cosa dire, cosa fare, con chi giocare. Avevo paura persino di giocare e divertirmi con gli altri compagni di classe perché alcuni mi maltrattavano e altri sembrava che mi volessero bene (dico "sembrava" perché non capivo niente di quello che mi dicevano). Dopo un mese cominciai a parlare e capire meglio l'italiano perché ogni giorno, mentre i miei compagni erano in classe a fare lezione normalmente, io andavo con una persona a imparare la lingua. Ed ecco che, un giorno, un compagno mi invitò a giocare insieme a lui, e mi invitò a casa sua: non me lo sarei mai aspettato e mia mamma mi mise la camicia!" (Stefan, Romania)



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COMMENTI
17/11/2013 - commento (francesco taddei)

lo studio della lingua e lo stare insieme e studiare le stesse cose sono l'humus per sentirsi comunità (ecco il frutto promesso dalla cosiddetta integrazione). ben diverso dalle tante "comunità" che si rivelano autoghetti di gente che per mantenere il proprio particulare rifiuta di rispettare usi e costumi di chi li ospita.