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SCUOLA/ Stefan, Harnek, Kledor e quella lezione di "miseria" a noi italiani

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"Quel giorno, il 20 novembre 2005 a Durazzo, dove si trovava il porto, abbiamo preso il traghetto per andare a Bari: lì ci aspettava mio padre. Partiti in macchina siamo andati a Covo (BG), dove nostro padre ha trovato lavoro e casa. Siamo entrati e abbiamo sistemato tutte le cose perché mio papà viveva con alcuni suoi amici disordinati. A febbraio mio papà ha deciso di mandarci a scuola, mi hanno messo in seconda e non in terza perché non sapevo l'italiano. La scuola è stato uno degli aiuti più grandi per ripartire" (Kleodor, Albania)

Da ultimo, un capolavoro di vita, anche se non di italiano.

"Per me l'uomo nella miseria vuol dire che è [in]namorato di qualcosa e non sa che parte andare. Anche se un uomo vuole fare qualcosa di bello per la sua famiglia... e non sa da che parte andare che è meglio per lui, per sua famiglia. Quando per la prima volta sono arrivato in Italia sono andato nella miseria perché non conoscevo nessuno. Prima volta avevo paura di parlare con persone perché non sapevo cosa dir loro. E poi ho cominciato ad andare a scuola e poi anche lì avevo paura ed ero nervoso. Dopo ho conosciuto i nuovi insegnanti e mi hanno cominciato a imparare [!] l'italiano" (Harnek, India)

Non ho mai trovato definizione migliore di miseria: "namorato di qualcosa e non sa da che parte andare". Harnek sa malissimo l'italiano. Ma è vivo, "namorato", in attesa di qualcuno che gli dia "una idea per comminciare una bella vita da vivere" (sempre Harnek). Harnek ha tutto quello che serve, anche per imparare l'italiano. Dall'altra parte (la nostra), questi estratti provano che, da miseri che sono, questi studenti non aspettano che una cosa: misericordia cioè, letteralmente: "partecipare con il cuore alla loro miseria".



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COMMENTI
17/11/2013 - commento (francesco taddei)

lo studio della lingua e lo stare insieme e studiare le stesse cose sono l'humus per sentirsi comunità (ecco il frutto promesso dalla cosiddetta integrazione). ben diverso dalle tante "comunità" che si rivelano autoghetti di gente che per mantenere il proprio particulare rifiuta di rispettare usi e costumi di chi li ospita.