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SCUOLA/ Stefan, Harnek, Kledor e quella lezione di "miseria" a noi italiani

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Caro direttore,
intervengo sulla questione, ora tanto dibattuta, che vede al centro i ragazzi immigrati a scuola: uso la parola "questione" perché la presenza di questi studenti nelle mie classi è molto di più che un problema da risolvere. Per spiegarmi, racconto qualche storia.

Siamo in un centro di formazione professionale in provincia di Bergamo. Le classi degli alunni che hanno scelto il percorso "operatore elettrico" vedono una percentuale media di stranieri del 25-30%, quasi tutti di prima generazione.

Settimana scorsa un elettricista locale ha regalato a uno studente albanese del nostro Cfp che sta per iniziare lo stage da lui, il film L'albero degli zoccoli, rassicurandolo ("Ci sono i sottotitoli") e sincerandosi che lo guardasse prima di iniziare a lavorare. Mentre noi ci affanniamo in tutti i modi a spiegare l'integrazione, questi uomini la vivono.

Certo, in classe a volte si sentono prese in giro legate all'origine dei compagni: la "Mano nera", associazione irredentista serba a cui apparteneva il famoso Gavrilo Princip, ha causato notevole ilarità nei confronti dell'africano Abdoul. Ma la scena ricordava, più che il razzismo, quelle simpatiche coppie di vecchietti che passano ore a prendersi in giro. Così non solo Abdoul rideva più degli altri, ma tutta la classe si è ricordata il nome dell'associazione! Si vede che questi ragazzi sono cresciuti insieme, che conoscono questa terra, che hanno lo scopo comune di diventare dei bravi elettricisti. A differenza di me, cresciuta tra soli italiani, loro non hanno paura del diverso, ma hanno interesse a conoscerlo. Nella stessa lezione sulla prima guerra mondiale un kosovaro, seccato dal sentire ripetutamente la parola "Serbia", ha iniziato a ribellarsi (a suo modo, un po' istintivamente, iniziando a gridare insulti...). Avrei potuto dirgli: "Dashnim, piantala di disturbare, sto cercando di far lezione!" e invece, un suo compagno mi ha bruciato sul tempo, con una semplice domanda: "Dashnim, ma perché ti agiti tanto quando si parla dei serbi?". Gli ho lasciato cinque minuti per raccontare cos'è stata la guerra in Kosovo e la lezione l'ha conclusa lui. 

Se io penso alla mia ora in classe come entrare-spiegare-uscire, di certo nessuno straniero mi faciliterà il lavoro; ma se io, per prima, desidero conoscere, i miei alunni si rivelano una immensa risorsa. Il fatto che Dashnim si esprima urlando insulti è da riprendere e correggere giorno per giorno ma, quando succede, ci sono due alternative: zittirlo perché "dovrebbe ascoltare me, non parlare lui" oppure – come insegna l'intelligente compagno – chiedersi perché, e iniziare a conoscere. 



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COMMENTI
17/11/2013 - commento (francesco taddei)

lo studio della lingua e lo stare insieme e studiare le stesse cose sono l'humus per sentirsi comunità (ecco il frutto promesso dalla cosiddetta integrazione). ben diverso dalle tante "comunità" che si rivelano autoghetti di gente che per mantenere il proprio particulare rifiuta di rispettare usi e costumi di chi li ospita.