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SCUOLA/ Usare la ragione? Una "strana" forma di obbedienza

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Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)

Si è così davanti ad un paradosso: avere il coraggio di usare liberamente la propria intelligenza significa essere disponibili a seguire l'itinerario della ragione, la quale non si ferma mai perché tende al senso ultimo della realtà. Proprio perché la ragione non ne è l'autrice, essa non può bloccare il suo dinamismo: la ragione non può fermarsi finché non arriva a intravvedere la totalità. 

Questo coraggio ad usare la ragione implica anche un secondo aspetto, ossia la disponibilità a lasciarci toccare dai dati della realtà. Questo fatto, precisa Esposito, sembra essere la cosa più scontata del mondo poiché in ogni istante crediamo di essere in contatto con la realtà; ma qui non si tratta di una disponibilità superficiale bensì di una disponibilità profonda ed attenta, quella di rispondere alla richiesta di senso e significato che emerge dalle cose stesse. Saper Aude!, decidere di usare la propria intelligenza è perciò possibile solo se si riconosce nell'esperienza che la ragione non è una facoltà astratta, ma un lavoro, un'avventura e un impegno. La nostra ragione, in sintesi, è il nostro modo di essere al mondo, ed è un lavoro impegnativo perché implica sempre la fatica della coscienza e del significato della conoscenza. Ma non vi è per l'uomo fatica più bella di questa: la nostra ragione è a tal punto sete di significato che cercare questo significato è l'avventura più impegnativa, coraggiosa e bella che l'uomo possa vivere.

Così la filosofia ha lo strano compito di imparare a porre le domande ed è, in quanto rigoroso sapere tecnico, il tentativo sistematico, a livello di concetti e di metodi, di capire quale sia la domanda che la realtà ci costringe a porre per coglierne il significato. Porre le domande è perciò il primo grande gesto di obbedienza alla realtà e il primo grande compito del filosofo. Dunque avere il coraggio di usare la propria ragione autonomamente è, in una parola, avere il coraggio della verità: una parola "urticante", così la definisce Esposito, perché troppo impegnativa, una parola che mette quasi paura, perché sembra che chi voglia la verità sia disposto a perdere la libertà, a rinunciare alla ricerca. Ma qui, almeno a livello di ipotesi, occorre considerare la verità non tanto come una serie di dottrine che forniscono la soluzione delle cose ma piuttosto verificare la possibilità che la verità coincida con l'apertura della nostra ragione di fronte alla realtà. Ecco chiarirsi l'opzione che Esposito invita a mettere alla prova: più che costruire noi la verità, noi stiamo già sempre nella verità, essa è come lo spazio aperto in cui l'uomo dotato di ragione si chiede il perché delle cose, spinto dall'insopprimibile bisogno di saper come esse veramente stanno. 



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