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SCUOLA/ Usare la ragione? Una "strana" forma di obbedienza

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Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)

In questa prospettiva ben si capisce perché, per chi si occupa di filosofia, sia necessario "frequentare" oggi i grandi filosofi: essi sono grandi perché hanno sperimentato che cosa voglia veramente dire domandare, perché sono i testimoni di quest'avventura della ragione. Che cosa si impara oggi leggendo un dialogo di Platone o un'opera di Agostino o di Heidegger? Prima ancora che l'accordo con le loro dottrine, accordo che potrebbe non esserci mai, si impara la serietà e la radicalità del loro domandare. Se apro un dialogo con un grande filosofo quando l'interesse della mia ragione è vivace, allora i problemi e le domande di quell'autore tornano ad essere posti nella loro drammaticità. La ragione umana consiste, parafrasando Heidegger, nell'insistenza del domandare.

Nella seconda parte della sua lezione Costantino Esposito non si è sottratto al compito di offrire alcuni significativi "frammenti", come lui li ha definiti, di questi testimoni dell'avventura della ragione. Qui ne saranno ripercorse in estrema sintesi le tappe così da fornirne un indice che vuole costituire un invito a leggere questa ricca lezione nella sua interezza.

Il primo compagno di viaggio introdotto è il Platone della VII Lettera, un testo "autobiografico" in cui Platone confida ai parenti del suo amico Dione in che cosa consista il lavoro filosofico. Tra le raccomandazioni che Platone fa al giovane (e aspirante filosofo) tiranno di Siracusa ce n'è una particolarmente importante, quella cioè "di farsi tra i suoi familiari e tra i suoi coetanei altri amici fedeli, concordi con lui nell'amore della virtù ma soprattutto di essere amico lui stesso di sé medesimo, cosa di cui egli aveva grandissimo bisogno". Che significato ha, domanda Esposito, l'invito platonico a "essere amici di se stessi"? Non significa semplicemente accettarsi su un piano psicologico; l'essere amici di se stessi ha un valore epistemologico: per esercitare la filosofia in quanto conoscenza di sé e del mondo bisogna obbedire alla ragione. Viceversa siamo nemici di noi stessi quando soffochiamo e interrompiamo la ricerca al vero della ragione: questa ricerca del vero è, per Platone, l'amore alla virtù, cioè la principale forma di lealtà con se stessi. E seguire la ricerca della ragione conduce alla scoperta della nostra "natura divina", ossia, fuori dal linguaggio platonico, alla scoperta che la nostra natura umana è molto di più di quello che immaginiamo che sia, perché nell'esercizio della ragione l'uomo non si accontenta di niente di meno che della totalità. Emblematica in questo senso è l'ostinata ricerca del Bello in sé perseguita da Socrate nel Simposio. La bellezza delle persone e del mondo, spiega Esposito, non solo attrae e soddisfa ma apre e spalanca l'orizzonte della natura umana: la fruizione della bellezza non sazia la sete della ragione ma le chiede di domandare ancora, finché non giunge a riconoscere che la soddisfa completamente solo il Bello in sé. Incontrare Platone significa incontrare in atto la dinamica propria della ragione: andare fino alla sorgente di quella esperienza concretissima di bellezza che ogni uomo sperimenta.



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