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SCUOLA/ Usare la ragione? Una "strana" forma di obbedienza

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Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, L'uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)

Un altro compagno di viaggio citato da Esposito è l'Aristotele del primo libro della Metafisica. La meraviglia da cui nasce la filosofia non è un semplice stato di ignoranza che verrà superato dall'uomo quando egli arriverà al culmine della sua conoscenza scientifica, così, ricorda Esposito, sembra intenderla un altro grande filosofo dell'età moderna, Baruch Spinoza. La meraviglia è la dimensione della filosofia, quello stupore di fronte all'essere nella sua totalità e interezza che non cessa mai nemmeno quando l'uomo penetra sempre più a fondo nella conoscenza di esso. 

Perché l'uomo approfondisca la conoscenza dell'essere e del mondo, perché l'uomo ne colga la struttura armonica e ordinata occorre quella che il grande Agostino di Ippona nel decimo libro delle Confessioni chiama una iudex ratio, cioè una ragione che giudica la realtà perché la sa interrogare, pone alla realtà quelle domande che la realtà stessa invita l'uomo a porsi. Attraverso la testimonianza di Agostino emerge così un altro aspetto della ragione umana: essa è relazione, rapporto con qualcosa che mi colpisce e mi obbliga a chiederne il perché. In questa relazione costitutiva con qualcosa che è altro da sé consiste la natura della ragione, la sua capacità di aprirsi alla realtà che costantemente la interpella. 

Questa natura relazionale della ragione è ben documenta anche dal padre della filosofia moderna, René Descartes. L' "estremo desiderio" che spinge Cartesio alla ricerca del vero lo conduce a riconoscere che anche in ciò che considero la realtà che più di ogni altra mi appartiene, cioè i miei pensieri, non posso non attestare che c'è una idea, quella di un essere Infinito, che è più grande di me e che non posso aver prodotto io. Per quanto la ragione sia un'attività misuratrice e calcolatrice, quando si esamina, scopre in sé la traccia di un'alterità che la costringe ad aprirsi: la ragione, nota Esposito, è sempre in qualche misura "sfondata". 

Questa apertura originaria della ragione emerge con chiarezza anche nella prima Prefazione alla Critica della ragion pura di Kant. L'imbarazzo in cui cade la ragione umana quando non è in grado di rispondere a quelle domande sulla natura dell'anima, del mondo e di Dio che pure la tormentano, è il segno più evidente che queste domande sono la sua stoffa stessa: la ragione umana è una domanda aperta su ciò che Kant chiama l'incondizionato. 

Tuttavia questa tensione costitutiva della ragione può, pur venendo riconosciuta, essere ostinatamente negata, anche se questa negazione, aggiunge Esposito, può essere avvertita come "una incurabile ferita". È il caso di Ludwig Wittgenstein che nel Tractatus logico-philophicus ascrive solo alla scienza la capacità di formulare proposizioni sensate, cioè affermazioni espresse con un linguaggio empiricamente verificabile; di conseguenza, una volta identificato ciò che possiede senso con il linguaggio logico-scientifico e con le sue formalizzazioni deduttive, le questioni della filosofia sono destinate ad essere irrimediabilmente insensate. 



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