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SCUOLA/ Per insegnare una lingua bisogna essere professori o "artigiani"?

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Meglio ancora, e del tutto fuor di metafora, è possibile nella scuola condividere una domanda di significato che (ri)dia avvio alla ricerca e alla pratica didattica, valorizzando i percorsi formativi esistenti ne e fra i docenti? Sembrerebbe di sì,   nelle parole di una partecipante alla Bottega di Lingua e letteratura inglese: "la Bottega è stata una bella novità, molto desiderata dalla sottoscritta, che è da anni punto di riferimento spesso autoreferenziale della mia scuola, e non solo. Insegno da 18 anni e la Bottega è riuscita ad aprire nuove possibilità creative di lavoro confermandomi dall'altra parte su una scelta d'insegnamento integrato tra comunicativo, grammaticale e testuale. Gli spunti sull'uso didattico delle immagini sono una delle mie passioni, perciò mi sono ritrovata anche come 'sensibilità' espressiva. Capisco che l'aggiornamento linguistico sia ora il punto più cruciale per me. Sicuramente desidero continuare il lavoro iniziato".

Cosa rende una Bottega occasione di novità, al punto che due sole giornate di lavoro sono sufficienti a attivare, come abbrivio iniziale, quattro dinamiche di azione: la conferma del lavoro svolto per molti anni nelle sue linee metodologiche fondanti, l'introduzione di un elemento di ricerca da verificare, la percezione di un bisogno formativo che trascende l'orizzonte della Bottega e rimanda alla totalità dell'esperienza, e la condivisione di tutto ciò? 

Tutte le Botteghe, che sono chiamate "Comunità di docenti al lavoro dentro l'ambiente della scuola", hanno quattro regole d'oro. La prima, "Si comunica ciò che si è", è spietata; la comunicazione avviene se si è. Se non c'è comunicazione, non si è. To be or not to be, that is the question. A sparire è qualcosa di ben più grave della trasmissione di conoscenze e della costruzione di competenze; scompare un io, sia quello del docente, o del maestro di Bottega, e del discente, lo studente o chi va a Bottega cercando un maestro con cui costruire la cattedrale della propria professionalità. Ma come si fa ad "essere"?  

Per Amleto essere è domandare, "consider curiously": del padre, della madre, della donna amata, del teatro, della morte, della politica, dell'amore, e quindi, troppo arditamente per Orazio, dell'uomo  tutto. Perché Amleto dipana un po' della sua anima a chiunque incontri e, mal che vada, parla ai groundlings ad un penny (la paga di un giorno intero), gli spettatori del teatro di Shakespeare che non se ne stavano seduti in poltroncina, in terza fila, al silenzio e al buio. I groundlings si accalcavano distratti o affascinati giusto sotto le tavole del palcoscenico, e Amleto poteva sussurrare nelle loro orecchie, o declamare ad alta voce. Ma non era, in realtà, solo. Costruiva un dialogo fatto di domande dove la risposta era l'ascolto stesso ed anche il commento non sempre "polite" o "politically correct".



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