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SCUOLA/ Quelle 700 parole che hanno diviso l'Italia

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È noto infatti che i principi delle riforme incontrano sempre molte difficoltà a modificare la quotidianità. Nessuna analisi, ad esempio, ha mai evidenziato come la dicotomia tra avviamento e scuola media sia di fatto continuata per alcuni anni in quanto i docenti che rispettivamente vi insegnavano avrebbero impiegato tempo a omogeneizzare le proprie modalità di insegnamento. Talvolta accadde pertanto che chi si trovò a frequentare una scuola media unica che in precedenza era stata di avviamento professionale conseguisse una buona preparazione nelle materie scientifiche ma una preparazione un po' lacunosa nelle materie umanistiche. Viceversa se si frequentava un'ex scuola media. 

Tale dicotomia si riflesse all'ingresso nella scuola secondaria superiore, dove i docenti facevano ancora riferimento alla situazione precedente la riforma, per cui la non adeguata preparazione in italiano e in latino ripropose nei licei e negli istituti magistrali quella selezione che era stata semplicemente rimandata di tre anni. 

Altri problemi, comunque, manifestava la scuola media unica. Il maggior e più gravido di conseguenze negative fu il fatto che per garantire il raggiungimento di identici risultati si ritenne sufficiente prevedere per tutti un identico "tempo-scuola". Non solo tale identità di risultati non si verificò, ma la scuola media unica si trovò ad affrontare la contraddizione tra l'essere diventata una "scuola di massa" e il continuare a utilizzare criteri di selezione riferiti a un modello di "alunno ideale" costruito secondo parametri sociali attinenti alle caratteristiche possedute dagli allievi provenienti dagli ambienti culturalmente più elevati. Ci vollero cinque anni prima che la consapevolezza di tale contraddizione trovasse finalmente espressione esplicita nella Lettera a una professoressa di don Milani, pubblicata nel 1967. Anche successivamente non si ebbe comunque modo di riflettere a fondo sul fatto che la scolarità di massa poteva condurre verso due esiti entrambi fortemente negativi: la selezione esplicita e lo scadimento generale dei risultati formativi.

Particolarmente significativo fu il fatto che dopo il 1963 ci si richiamasse spesso al criterio dei "capaci e meritevoli" citato nell'art. 34 della Costituzione, ma la volontà espressa in quest'ultima di garantire parità di accesso agli studi veniva spesso piegata a sottolineare invece che la responsabilità dell'espulsione dalla scuola di coloro che non conseguivano buoni risultati di apprendimento era esclusivamente individuale.

Gradualmente tuttavia si prese coscienza dei condizionamenti socio-culturali e del loro ruolo nel determinare la riuscita negli studi e ci si indirizzò in particolare a esaminare l'influenza che l'ambiente socio-culturale di origine esercita sulla formazione di quel patrimonio di conoscenze di base che è condizione primaria per raggiungere elevati livelli di scolarizzazione.



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