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SCUOLA/ Quelle 700 parole che hanno diviso l'Italia

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La rilettura dei materiali che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta esaminavano il significato della scuola dell'obbligo è illuminante del clima in cui all'epoca si discuteva di scuola. Nella Facoltà di Magistero di Torino, ad esempio, andavano per la maggiore un saggio del filosofo francese Althusser in cui la scuola veniva ritenuta uno degli "apparati ideologici di Stato", finalizzata a trasmettere l'ideologia delle "classi dominanti", e un libro di Illich dal titolo Descolarizzare la società, considerato il manifesto di coloro che volevano distruggere la scuola; si facevano esami di "analisi delle istituzioni" ispirati allo studioso francese Lapassade in cui si evidenziava la negatività della burocratizzazione della scuola; si propugnava l'autogestione pedagogica, di cui il metodo di don Milani era ritenuto un esempio (dimenticando che don Milani rivendicava invece con forza la propria influenza sugli allievi). 

Particolarmente interessante è rileggere, in un libretto scritto da un "collettivo" romano di lavoro sulla scuola dal significativo titolo Contro l'uso capitalistico della scuola, che le prime proposte di tempo pieno e di collaborazione scuola-famiglia venivano intese come modalità per accentuare il condizionamento sociale e quindi non come misure favorevoli ai ragazzi provenienti da ambienti familiari e sociali deprivati: il contrario di ciò che si affermò in seguito. 

In realtà, come spesso succede, anche allora esistevano letture diversificate della realtà scolastica, ma spesso chi si scostava dalle interpretazioni dominanti veniva tacciato di conservatorismo e di  connivenza con il capitalismo. 

Uno dei passi più significativi di Lettera a una professoressa (quello in cui si afferma: "l'operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone") fu pressoché ignorato. Coloro che non disponevano di 1000 parole continuarono a essere numerosissimi e questo fu il maggiore e più grave fallimento della scuola media unica, tanto da far ritenere che l'omogeneizzazione linguistica del paese fu opera della televisione e non della scuola. In ogni caso omogeneizzazione non significò necessariamente ricchezza lessicale e complessità sintattica. 

L'insuccesso scolastico non venne affrontato in modo efficace. Anche a questo proposito occorre ricordare (perché completamente dimenticato) che fu proprio la legge istitutiva della scuola media unica ad aumentare (art. 12) il numero delle classi differenziali (peraltro già previste a partire dal 1928). La stessa legge prevedeva inoltre le "classi di aggiornamento" (art. 11) "per gli alunni bisognosi di particolari cure per frequentare con profitto la prima classe di scuola media" e per gli alunni "che non abbiano conseguito la licenza di scuola media perché respinti". Del resto nel 1962 il professor Bollea aveva comunicato al II Congresso italiano di medicina forense che 3 milioni di minori erano affetti da insufficienza mentale di grado lieve o medio o da disadattamento del carattere o del comportamento. 



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