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SCUOLA/ Quelle 700 parole che hanno diviso l'Italia

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La ragione di questi numeri così elevati fu chiara molto più tardi: i test di intelligenza utilizzati per valutare i bambini e i ragazzi non erano "culture free" e quindi coloro che provenivano da nuclei familiari di recente immigrazione dal Sud o dalle campagne o che vivevano in famiglie di basso livello economico ottenevano punteggi molto bassi. La spiegazione, in realtà, stava in quelle 700 parole che mancavano loro per raggiungere "il linguaggio del padrone". 

Si dovette arrivare al 1977 (legge 517) per eliminare giuridicamente le classi differenziali e le classi speciali (ma non per eliminare le differenze di competenza linguistica).

Di fronte ai tassi ancora molto elevati della dispersione scolastica, ai dati preoccupanti delle valutazioni internazionali e all'aumento esponenziale di alunni affetti da disturbi specifici di apprendimento ci si dovrebbe quindi chiedere se la scuola media unica ha conseguito o meno gli obiettivi che si proponeva.

Indubbiamente nei suoi primi anni di funzionamento, come abbiamo già ricordato, la scuola media unica ha svolto un ruolo positivo di ascensore sociale che oggi risulta invece pressoché annullato. Non solo per carenza di motivazione allo studio da parte degli studenti, per scarso valore attribuitole dalle famiglie, per carenza di qualità degli insegnanti, ma anche perché alcune misure adottate con le migliori buone intenzioni per favorire gli alunni definiti "deprivati" si sono infatti rivelate poco efficaci o addirittura negative. Occorrerebbe in particolare tornare a ragionare seriamente, ma anche con rigore scientifico e senza pregiudizi ideologici e sociologici, sulla valutazione scolastica ma senza aderire acriticamente a modalità di valutazione utilizzate ad altri livelli e per altri scopi, e soprattutto con la consapevolezza che le modalità utilizzate dalle valutazioni internazionali (Ocse-Pisa in primo luogo) non possono essere semplicisticamente traslate nella didattica quotidiana. 

In particolare occorre chiedersi: perché le misure adottate finora sono state spesso poco efficaci per colmare le differenze culturali di partenza, che quasi sempre sono differenze di linguaggio?; in quale misura le difficoltà di apprendimento scolastico si originano da una competenza linguistica non adeguata? perché non si sottolinea con sufficiente forza che i disturbi specifici di apprendimento hanno tutti a che fare con la lingua scritta e con le competenze di linguaggio orale e perché, quindi, l'apprendimento della lingua scritta continua a manifestare criticità? 

Non si può pensare che i ragazzi possano apprendere le discipline scolastiche disponendo di un vocabolario estremamente povero, non padroneggiando la sintassi, non essendo in grado di comprendere e decifrare l'ambiguità presente in ogni testo scritto. 

Oggi siamo ancora lontani dal poter affermare di aver consentito a tutti i ragazzi di raggiungere il traguardo delle 1000 parole. Le 700 parole che mancano loro fanno sì, però, che della loro condizione parlino solo coloro che le possiedono e che quindi spesso non riescono davvero a comprenderli e a descriverli nella loro effettiva realtà. 

Lo sviluppo della competenza linguistica (orale e scritta) dovrebbe pertanto essere la sfida primaria di tutte le istituzioni scolastiche. 



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