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UNIVERSITA'/ senza soldi ai migliori a cosa servono le "pagelle" dell'Anvur?

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)

Presumibilmente sì. Lo dico sotto questa luce dubitativa perché in realtà i criteri attraverso i quali sarebbero stati poi distribuiti i fondi, e quindi gli eventuali vincoli, non si conoscono allo stato. Poiché si succedono sempre provvedimenti amministrativi che rettificano, cambiano e ridefiniscono i termini, è difficile dirlo in via astratta.

Torniamo al merito. Per quanto riguarda la valutazione dela didattica, a che punto siamo?
Siamo fermi, perché all'Anvur si devono ancora mettere a punto le tecniche e i meccanismi. Al momento quindi ci si affida ancora al sistema basato sulla rilevazione dell'opinione degli studenti.

Cosa dice dei 100 milioni, a regime dal 2014, destinati alle borse di studio?
Essendo noi in una situazione di debolezza rispetto ad altre esperienze europee dove ci sono molti più finanziamenti, è evidente che essere riusciti ad attivare comunque, e in una situazione di così limitate risorse destinate al sistema universitario, forme di supporto è positivo. Tuttavia, da parte di chi sta monitorando il processo, quindi gli stessi studenti, vi sono ancora molti aspetti critici, in ragione soprattutto della insufficienza di questi interventi. Quindi direi: teniamo buono il primo passo che comunque si è compiuto, ma altri ve ne sono da compiere, anche nel senso di un deciso incremento di questi fondi, da attuare nonostante le esigenze generali di contenimento della spesa pubblica.

Fa polemiche il decreto sul turn-over dei docenti (n. 713/2013, ndr): disparità tra nord e sud nell'assegnazione degli organici, percentuali folli riservate ad alcuni atenei − tra i quali la Scuola S. Anna di Pisa, che si è assicurata un turn-over del 200% − rispetto ad altri, eccetera. Che ne pensa?
Guardi, innanzitutto rilevo che c'è un dibattito aperto sull'interpretazione delle disposizioni alle quali si è data attuazione per arrivare al decreto. È vero però che il legislatore, quello governativo o quello parlamentare, può cambiare le regole se producono effetti tecnicamente perversi: questo è il suo compito. Ciò detto penso vi siano, comunque, forti limiti nel tipo di soluzione adottata. Non dimentichiamoci che, anche in base ai nostri principi costituzionali, l'intervento pubblico deve sempre perseguire finalità di riequilibrio, mai creare disparità così forti all'interno dei sistemi.

In altri termini?
Occorre sempre promuovere e supportare le realtà deboli, siano esse al sud o in alcune zone del nord. Diversamente, le stesse realtà più forti ne subirebbero le conseguenze perché si troverebbero ad operare in un contesto globalmente danneggiato. I principi che guidano l'intervento pubblico devono sempre essere nel senso di correggere le cosiddette "debolezze" del mercato, per assicurare l'erogazione di quei beni e di quei servizi che devono comunque essere offerti indipendentemente dalla richiesta e dalle condizioni strutturali.

Quindi?



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