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UNIVERSITA'/ Chiudere è bello? Il ministro Carrozza e l’"agenda" Giavazzi

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Parlare di morte non è esagerato: l'età media dei docenti diventa sempre più alta (io che a Tor Vergata sono il più giovane nel mio corso di laurea, ho l'età che un tempo è stata di un rettore!), il loro numero in diversi settori è crollato, e in molte sedi sta toccando il limite ultimo sotto il quale i corsi di laurea dovranno chiudere e i docenti (tra l'altro con uno sperpero scandaloso di risorse) riclicarsi in bizzarri corsi opzionali nelle poche lauree sopravvissute. 

Si tratta di una crisi dalla quale potrebbe essere impossibile rialzarsi: il problema non è solo il numero dei docenti, ma anche la continuità di uno stile di insegnamento e di ricerca, che considerando l'esiguità delle risorse (non dimentichiamolo) ha ottenuto risultati tra i migliori al mondo, checché ne dicano discutibili classifiche periodicamente riproposte. Si parva licet componere magnis: in alcuni settori di ricerca l'università italiana non si è più riavuta dopo la desertificazione conseguente alla cacciata dei professori ebrei durante il fascismo, o quanto meno ha perso un primato allora indiscusso. Sono tradizioni di studi che sono state troncate (via Panisperna dice qualcosa?). È questo che vogliamo, o a cui vogliamo rassegnarci? C'è chi lo dice esplicitamente, c'è chi dice (anche in Parlamento) che l'Italia farebbe bene a riconoscere di essere ormai una nazione culturalmente di serie B e a ritirarsi in buon ordine.

Da che parte sta il ministro? Quando Giavazzi nel celebre editoriale del 19 agosto sul Corriere della Sera invocò la chiusura delle Università di Messina, Bari e Urbino, spiegando alle famiglie che ciò era «nell'interesse dei loro figli», il ministro replicò con un tweet (contentiamoci): «Non sono d'accordo con questo approccio che chiudere è bello. Magari è meglio integrare, sostenere, modificare o aiutare». Peccato che poi il decreto di programmazione triennale firmato dallo stesso ministro il 26 settembre segua esattamente la massima del «chiudere è bello»: l'idea-guida è che in Italia ci sono troppe università, troppi docenti e troppi studenti, quindi coloro che aiutano a ridimensionare sono benvenuti e premiati: di «sostenere» e «aiutare» non c'è traccia, così come non c'è nel decreto 713/2013. Qui non c'è nessuna strategia di premio dell'«eccellenza», c'è piuttosto la messa in questione tutta politica dell'università come strumento di elaborazione culturale libera e destinata a tutti i capaci e meritevoli. 

I professori universitari come categoria non sono certo innocenti della diffusione di questa disistima dell'istituzione universitaria e dell'indifferenza generale con la quale si sta procedendo allo strangolamento di un settore di investimento vitale. 



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