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SCUOLA/ Perché occuparsi di Agamennone e Lisia ha ancora un senso?

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All'inizio dell'Iliade l'assemblea dei guerrieri achei discute dell'epidemia che miete vittime nell'esercito; quando l'indovino rivela che si tratta di una vendetta divina contro il re Agamennone, capo della spedizione, che ha rifiutato di restituire al sacerdote di Apollo la figlia che egli tiene come bottino di guerra (ghèras), inevitabilmente entrano in conflitto la salvezza comune e l'onore personale: infatti la privazione del ghèras implica una diminuzione degli onori (la timè) su cui si fonda quel pubblico riconoscimento del valore (klèos) che è il bene supremo per l'eroe.

Agamennone si dichiara disposto a restituire la ragazza, ma pretende come compenso un dono adeguato, anche a costo di toglierlo a uno degli altri re. Alla minaccia Achille contrappone un incalzante argomento: «Come potranno ubbidirti (peithetai) volentieri gli Achei?» (v. 150). Il verbo peithomai, significa "obbedisco in quanto mi lascio persuadere" ed è collegato a pìstis, "fiducia": indica dunque che Agamennone è capo della spedizione in forza di un patto di reciproca fiducia con gli altri re al seguito. Per Achille la minaccia di impadronirsi del gheras altrui ha infranto la pistis, perciò è venuto meno il suo diritto alla supremazia. E rinforza la sua argomentazione ricordando il carattere personale e non panellenico della guerra ("Non sono venuto a combattere qui perché mi sono nemici i Troiani... ma abbiamo seguito te, perché tu gioissi, cercando soddisfazione per te e per Menelao", vv. 152-160) e l'illegittimità della pretesa di revocare unilateralmente il gheras meritato sul campo e assegnato dall'intero esercito ("minacci di portar via il dono per cui ho molto faticato e che mi hanno assegnato i figli degli Achei" vv. 161-162). Perciò egli preferirà tornare in patria, se privato degli onori. 

Messo alle strette da questa motivata accusa Agamennone ha un'unica via di uscita: spostare il conflitto su un piano personale. Perciò nella sua replica il proposito di tornare in patria diventa una vile fuga ("Fuggi pure!", v. 173), il conflitto è attribuito a una inimicizia ("fra tutti i re di stirpe divina tu sei per me il più nemico: sempre infatti ti sono care contesa, guerre e battaglie", vv. 176-177); dunque proprio ad Achille toglierà il gheras perché nessuno si permetta più di parlargli da pari. Da un lato ragioni fondate su valori condivisi (il klèos, la timè, la pistis), dall'altro un attacco personale che culmina in una decisione autoritaria: l'assemblea degli Achei e gli spettatori-uditori del canto sono messi nella condizione di giudicare e imparare. 



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