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SCUOLA/ Attento prof, se "critichi" troppo la tua scuola ti licenziano

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Così espresso, un tale principio non è certo eterodosso. Ci aiuta, piuttosto, a ridimensionare l'apparente unilateralità della notizia sulla sola decisione assunta dal Supremo Collegio. 

Il dovere di fedeltà del dipendente, del resto, non è cosa nuova, ha le sue radici nel Codice Civile (art. 2105) e ben si combina, senza contraddizione alcuna, con la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero, al lavoratore ben garantita, oltre che dalla Costituzione (art. 21), anche dallo Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970, art. 1). Questa libertà non è assoluta, ed è così anche nei normalissimi rapporti quotidiani, al di fuori dei luoghi di lavoro. Né deve stupire che i principi espressi dalla Corte siano diretti a soggetti che, come gli insegnanti, godono di uno spazio costituzionale di libertà ancor più forte (per il noto tenore dell'art. 33, comma 1, della Costituzione). Le condotte che la Cassazione ha censurato, infatti, non hanno molto a che fare con ciò che qualifica l'essenza dell'attività docente.

La soluzione, poi, non cambia se si consideri lo status dell'insegnante che sia dipendente pubblico. Il suo rapporto è parimenti contrattualizzato; sicché i riferimenti normativi già citati gli si applicano comunque, almeno in via tendenziale. Ma c'è dell'altro. Difatti, i principi espressi dal Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (v. d.p.r. n. 62/2013, fresco di nuova adozione, in seguito alle riforme indotte dalla legge c.d. "anticorruzione", n. 190/2012) non sono poi così lontani. In evidente attuazione di disposizioni costituzionali che esigono, in capo ai dipendenti pubblici, il rispetto di criteri fondamentali di imparzialità, buon andamento ed esclusività (artt. 97 e 98 della Costituzione) e dell'obbligo di adempiere alla propria funzione con disciplina ed onore (art. 54 della Costituzione), il Codice impone di non assumere comportamenti che possano nuocere all'immagine dell'amministrazione (art. 10) e di astenersi "da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell'amministrazione" stessa (art. 12, comma 2, che naturalmente fa salvo "il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali").

Sicché giova ribadirlo: questa singola vicenda non è da considerarsi alla stregua di un dato particolarmente negativo (se non per l'ennesima conferma sulla lentezza della giustizia civile: la sentenza della Cassazione è depositata a più di nove anni di distanza dalla data del licenziamento impugnato…). Essa, invece, può avere conseguenze pregiudizievoli laddove venisse fraintesa, impedendo quei fisiologici e fruttuosi meccanismi di dibattito che, fuori e dentro gli istituti, continuano ad essere sintomo di vitalità e stimolo al miglioramento.



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