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SCUOLA/ Attento prof, se "critichi" troppo la tua scuola ti licenziano

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Si noti, in proposito, che, pur dinanzi ai menzionati principi sulla fedeltà e sulla correttezza, non è vero che gli insegnanti mai possono farsi sentire nei confronti della scuola in cui lavorano. Le critiche, alla didattica come alla gestione, possono senz'altro essere discusse liberamente all'interno degli organi collegiali o delle assemblee che spontaneamente i docenti decidano di indire all'interno dell'istituto per affrontare i problemi che più direttamente li riguardano. Ma la critica, più in generale, può essere anche esternata individualmente, in contesti diversi dalla scuola, purché sia, per l'appunto, una critica e non si risolva, viceversa, nell'affermazione unilaterale e reiterata di rappresentazioni soltanto offensive. In questo senso, allora, la critica, in generale, è positiva e utile, anche laddove possa condurre all'emersione di situazioni non del tutto lodevoli, anche quando abbia ad oggetto le scelte più generali dell'organizzazione in cui si è inseriti; è l'autocensura, anzi, ad integrare un contegno del tutto negativo e regressivo.

Ciò premesso, però, nonostante la singola sentenza della Cassazione non debba – dunque – essere valutata come un cattivo segnale, esistono altre ragioni, di più complessiva cornice, che invitano ad essere cauti e a scongiurare, con ciò, nel corpo docente, la diffusione di un clima di pavido e silente accomodamento. In questa prospettiva c'è un altro caso, accaduto al di fuori dell'universo scolastico, che merita attenzione e bilancia la portata delle conclusioni rassicuranti finora espresse. Una docente di un ateneo italiano è stata sospesa per un mese dal lavoro e dalla retribuzione per aver pubblicato in rete, e in una notissima sede di dibattito aperto e qualificato, un articolo di critica alla condizione in cui versano i colleghi che, come lei, sono impiegati in università telematiche e vengono prevalentemente, se non esclusivamente, sommersi da attività didattiche, a discapito della ricerca propriamente detta.

Può dirsi che anche qui vi sia una violazione del dovere di fedeltà del dipendente? Non si tratta, meglio, della manifestazione di un'opinione semplicemente critica rispetto ad una prassi che penalizza fortemente lo sviluppo professionale di tanti docenti?

A conti fatti, la pronuncia della Suprema Corte non deve e non può intimorire i docenti, sia quelli che lavorano nella scuola, sia quelli che operano in contesti ancor più liberi, come lo sono, o lo dovrebbero essere, quelli accademici. È vero, tuttavia, che questa sentenza cade in un momento delicato, nel quale al centro dell'attenzione, e della critica, sono poste non solo singole o puntuali vicende lavorative, bensì opzioni normative e assetti organizzativi di più lata applicazione. Se scuole ed atenei cominciassero a brandire gli orientamenti della Cassazione per impedire qualsiasi valutazione sullo status quo, allora non si giustificherebbero soltanto vaghi e imprecisati timori, ma dovremmo tutti dubitare circa la tenuta stessa del nostro sistema di istruzione, della nostra ricerca e, in definitiva, della nostra Repubblica. 



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