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SCUOLA/ Il lavoro che non si trova? Dipende da una cultura che non funziona

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2.  In teoria ci sono leggi, tra l'altro recentissime (legge 92/2012, DL 76/2013) che sembrerebbero affrontare il problema. Ma sono tutte viziate dai mali detti sopra: inesistenza assoluta dell'apprendistato in formazione 15-17enni); irrilevante utilizzo delle opportunità dell'apprendistato professionale (18enni), come anche le recenti dichiarazioni di Dell'Arringa hanno confermato; limitazione delle poche realtà alla fascia universitaria.

È fuorviante quindi leggere che giornali preparati del settore usano il riferimento a quelle norme per sostenere che ci stiamo occupando del problema. Risulta poi incongruente leggere che il ministro Carrozza condanna la poca esperienza lavorativa dei giovani italiani, quando il decreto da lei fatto approvare contiene misure assolutamente irrilevanti quando non fuorvianti.

Infatti l'art. 8 bis del DL 104/2013 convertito nella legge 128/2013 riduce i futuri interventi su scuola e lavoro a: visite aziendali, sostegno agli Its o future sperimentazioni sugli ultimi due anni dei tecnici e professionali, come se in decenni non si fosse sperimentato abbastanza. Insomma: non solo nulla, ma parole che creano l'illusione di qualcosa.

La storia della legislazione scolastica è costellata di questo progressivo distanziarsi della scuola dal mondo del lavoro: a cominciare dalla chiusura, con la media unica, dell'avviamento professionale; poi l'esclusione (con gli organi collegiali delle scuole) delle aziende dagli organismi amministrativi di istituti tecnici e professionali; fino al DL Moratti sull'alternanza scuola-lavoro, tipico esempio di norma che non ha generato nulla nella scuola.

Per affrontare il problema della disoccupazione giovanile seriamente occorre con chiarezza individuare la principale radice del problema, che si riduce alla totale discrasia tra formazione scolastica e fabbisogno lavorativo. È proprio qui infatti che da decenni ha vinto la propria battaglia il sistema duale tedesco, imitato da quasi tutte le nazioni del nord e ora, dallo scorso anno, anche dalla latina Spagna. Nel frattempo da noi la disoccupazione giovanile cresce.

3. Per formare persone qualificate al lavoro, con un sistema non residuale come il nostro, ma con un percorso selettivo per studenti che lo possano vedere come opportunità di ascesa sociale, occorre imparare dai migliori modelli europei. Riferendosi alle sole Germania e Francia non è difficile ricavare indicazioni per una legge-quadro nazionale, con misure assolutamente assenti da noi e quindi interessanti per chi volesse invertire la rotta, ben sapendo che per questo occorreranno anni, visti i ritardi da recuperare.

A − Un sistema duale (come anche la Spagna ha recentemente varato) dove l'istruzione e formazione professionale sia fatta alternativamente a scuola e in azienda, con una progressione che, a partire dai 15enni, arrivi, al terzo anno di formazione, ad almeno quattro giorni la settimana in azienda.



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COMMENTI
12/12/2013 - Di quale cultura si tratta? (enrico maranzana)

Si parla di una scuola che non c’è più: l’ordinamento scolastico ha introdotto il concetto di sistema educativo, costitutivo di un organismo unitario e finalizzato alla promozione delle qualità dei giovani. L’interpretazione di laboratorio che l’articolista offre ne è un esplicito sintomo: i nuovi regolamenti di riordino del 2010 l’hanno puntualmente definito come occasione didattica, necessaria per la presentazione degli aspetti dinamici delle discipline. I laboratori non sono ambienti addestrativi! Una tematica sviluppata in “A scuola si predica bene ma si razzola male” visibile in rete.