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SCUOLA/ Il lavoro che non si trova? Dipende da una cultura che non funziona

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B − Una riforma dei nostri Uffici del lavoro sul modello delle Camere del lavoro tedesche, che, oltre alle competenze sul lavoro e le professioni, obblighi a sinergie sul territorio tra aziende, scuole ed enti locali sull'orientamento scolastico alle scelte prima e dopo la scuola secondaria. Occorre riconoscere, infatti, che il continuo rinvio dell'età delle scelte formative è risultato solo un danno agli alunni, collaborando ad aumentare disagi, difficoltà, quando non devianza.

C − Una modifica radicale del regime di apprendistato formativo, in periodo di obbligo scolastico, appunto attraverso il sistema duale, dove i rappresentanti del sistema produttivo siano resi corresponsabili del percorso e dei contenuti formativi così che questi abbiano relazione con le competenze lavorative. Per questo però occorre però che le imprese accettino di fare della formazione professionale un elemento di fierezza aziendale. 

D − Un sistema di incentivi alle aziende in forma o di detrazione fiscale (Francia) per chi ospita giovani in tirocinio, o attraverso un contratto di apprendistato che, a fronte di un salario minimo, permetta alle aziende l'impiego degli apprendisti in alcune mansioni compatibili (Germania).

E − Un vincolo alle aziende a versare una quota dell'utile annuale al sistema di formazione, o come finanziamento diretto all'attività formativa dei futuri Uffici del lavoro territoriali (sottoposti al controllo di risultato nell'utilizzo), o come scelta di "gemellaggio" con una o più scuole tecniche o professionali della zona per il sostegno fattivo dei fabbisogni di attrezzature e di formazione.

4. Al di là delle modifiche istituzionali, è necessaria la consapevolezza che queste non basteranno  per mutare in breve una pratica che ha le proprie radici in una radicata mentalità che riguarda la visione del lavoro radicata nei vari mondi sociali (università, cultura, imprese, famiglie).

Si tratta di una visione derivante da una "prepotenza" dell'impostazione idealistica della cultura umanistica, che nei decenni  ha visto nel lavoro, specie manuale, non la più altra forma di umanizzazione (Giovanni Paolo II all'Unesco, 1980) ma una "riduzione" umana, quando non una "alienazione", identificando così la cultura alla fine solo con la teoria, quindi i libri. 

Purtroppo al predominio dell'idealismo hanno fattivamente collaborato, in ambito universitario, saggistico e massmediatico sia un immaturo liberalismo nostrano che un marxismo antiumanistico.

L'ultimo pensiero che questa cultura permetteva e permette di concepire e praticare è che il lavoro, e specie il lavoro manuale, sia pieno e nobile umanesimo, nel solco, tra l'altro, della vera tradizione umanistica italiana (Leonardo da Vinci non si occupava solo di libri…).

La pratica delle scuole medie (e delle famiglie) di vedere gli istituti professionali come il rifugio di chi "non vuole studiare" (con la conseguente autocoscienza di questi di essere tale luogo) non è che l'ultimo terminale di quella visione.



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COMMENTI
12/12/2013 - Di quale cultura si tratta? (enrico maranzana)

Si parla di una scuola che non c’è più: l’ordinamento scolastico ha introdotto il concetto di sistema educativo, costitutivo di un organismo unitario e finalizzato alla promozione delle qualità dei giovani. L’interpretazione di laboratorio che l’articolista offre ne è un esplicito sintomo: i nuovi regolamenti di riordino del 2010 l’hanno puntualmente definito come occasione didattica, necessaria per la presentazione degli aspetti dinamici delle discipline. I laboratori non sono ambienti addestrativi! Una tematica sviluppata in “A scuola si predica bene ma si razzola male” visibile in rete.