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SCUOLA/ Chiosso: a casa si impara meglio che a scuola

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Mentre in Illich prevaleva la preoccupazione che la scuola troppo istituzionalizzata corresse il rischio di servire più all'occupazione dei docenti che alla crescita culturale degli alunni, Bolt era invece convinto che solo "la famiglia è la base adeguata per l'esplorazione del mondo che intendiamo per apprendimento o istruzione, non importa quanto siano valide le scuole". In entrambi i casi espressioni di minoranza e in controtendenza con i grandiosi processi di scolarizzazione specialmente pubblica che hanno segnato i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. 

In tutto il mondo del benessere e tecnologicamente avanzato nel frattempo sono notevolmente cresciuti i casi di homeschooling, in specie nei Paesi anglosassoni. Il fenomeno della cosiddetta "istruzione paterna" (garantito anche dalla Costituzione italiana e regolamentato da norme del 2005), in aumento anche in Italia, si presenta da noi ancora con dimensioni quantitative piuttosto modeste.  

Le esperienze di homeschooling hanno spiegazioni diverse: motivi religiosi e culturali, esigenze pratiche, diffidenza verso le pratiche educative scolastiche non sempre ritenute idonee, casi di alunni disabili. Esiste tuttavia un minimo comun denominatore che le tiene insieme e cioè la convinzione, associata a una diffidenza più o meno esplicita verso la scuola, che alla famiglia spetti un ruolo attivo non solo sul piano educativo generale, ma anche in termini di vera e propria istruzione. 

Anche se c'è più di una ragione di prudenza per accettare le ragioni e le riserve dei genitori favorevoli all'homescholing (la scuola, pur con tutti i suoi difetti, costituisce in ogni caso un ambiente di introduzione alla storia culturale comune e di socializzazione secondaria di cui è assai problematico fare a meno), non oscurerei la crescita del fenomeno, e anzi lo terrei nel giusto conto perché esso costituisce l'ulteriore spia della difficoltà dell'istituzione scolastica di dare risposte credibili e coerenti con i bisogni formativi infantili e giovanili oggi assai più complessi da soddisfare rispetto al passato. 

Una scuola tuttora monolitica e granitica di taglio ottocentesco (come, tutto sommato, appare ancora quella italiana) sembra poco adatta a cogliere la varietà delle situazioni e delle aspettative di famiglie e alunni. La questione che da più parte comincia a essere seriamente discussa da studiosi molto seri e autorevoli – non a caso – è precisamente finalizzata a indagare le possibili vie per delineare "un'altra scuola", diversa da quella che conosciamo e cioè flessibile sul piano organizzativo, capace di dialogare con la pluralità degli ambienti educativi, ordinata sui princìpi della didattica personalizzata, frequentata dai migliori laureati e non solo da quanti non hanno trovato altro lavoro.

Insomma soluzioni che poco si conciliano con il neo-centralismo ministeriale che sembra accompagnare il governo della scuola di questi ultimi tempi. 



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
13/12/2013 - luoghi comuni (enrico maranzana)

“Delineare un’altra scuola, flessibile sul piano organizzativo, capace di dialogo, ordinata sui principi della didattica personalizzata .. soluzioni che poco si conciliano con il neo–centrismo ministeriale”: la scelta del verbo “delineare” rende inconsistente l’asserzione. Nella legge è scolpito il modello auspicato dall’autore [CFR in rete “Coraggio! Organizziamo la scuola”]. Sorvolare sulla complessità del servizio scolastico, il non riconoscere i diversi livelli decisionali [progettazione formativa – progettazione educativa – progettazione dell’istruzione – progettazione dell’insegnamento], aver a riferimento la sola attività di classe, impediscono il riconoscimento e la rimozione di quanto si è frapposto e si frappone all’adeguamento dell’istituzione alla società contemporanea. Anche il titolo “A casa si impara meglio che a scuola” .. banalizza la funzione della scuola: l’imparare e la conoscenza sono il terreno su cui radicano i processi educativi.