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SCUOLA/ Si può fare a meno della "rivoluzione silenziosa"?

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In sede di Costituente bisognerebbe dare voce a questi casi e farli diventare un modello riproducibile per osmosi, per contagio. Partendo da qui, dalla scuola in atto, si capirebbe probabilmente che in questi anni è accaduta una piccola rivoluzione che ha finito per liberare energie compresse, rendendo ingovernabile il sistema (e ben venga!) sul versante dell'assurda pretesa di proporre a tutti gli alunni i medesimi standard di insegnamento, come se gli alunni fossero tutti uguali e non potessero imparare di più di quello che già sanno. La rivoluzione operata è di chi ha compreso che la scuola oggi non è l'ambito in cui si riproduce un unico modello di conoscenza (tecnico-scientifica), ma il luogo in cui la conoscenza si realizza insieme agli alunni, nella forma della "conoscenza appresa" che ha bisogno della componente soggettiva di chi partecipa al processo che lo riguarda, mediante il continuo confronto con un'oggettività che può essere interpretata e non assunta acriticamente. 

Altre incompiutezze stanno alle nostre spalle, come dimostra l'anello debole del rapporto tra la  scuola e il lavoro. 

La riforma Moratti (2003) fu preceduta dagli Stati generali della scuola italiana del 2001 (la storia si ripete) nei quali furono enunciati cambiamenti strutturali: il doppio canale tra sistema dei licei e sistema dell'istruzione e formazione professionale; il diritto-dovere all'istruzione fino a 18 anni; la personalizzazione della didattica mediante le unità di apprendimento. Nella loro pratica traduzione (legge 53/2003) e poi nella successiva fase di smantellamento del ministro Fioroni, questi principi restarono ancora una volta monchi. Eppure, in alcune regioni virtuose (in testa la Lombardia), l'offerta di un canale dell'istruzione e formazione professionale è proseguita, si è concretizzata e ampliata, tanto da abbattere, in queste situazioni, tassi preoccupanti di abbandono scolastico. Nella frammentarietà c'è stato chi si è avvalso di taluni spazi consentiti dalla legislazione nazionale per costruire. 

Una Costituente dovrebbe ascoltare la voce della migliore istruzione e formazione professionale. 

Infine, affinché non si riduca (la Costituente) ad una carrellata di scontati incitamenti alla informatizzazione e digitalizzazione della didattica, bisognerà far parlare gli insegnanti. Magari i giovani che hanno deciso di percorrere le ardue incompiutezze dei percorsi abilitanti (Tfa; Pas) per puntare tutto sul dialogo educativo; oppure quelli che nella totale assenza di una seppure minimale carriera del docente hanno deciso di puntare sulla crescita professionale aggiornandosi a loro spese, con l'aiuto delle associazioni professionali. 

In sintesi, bisognerebbe davvero ragionare su quello che è successo in questi anni, e sul perché il tessuto del Paese abbia tenuto. Nonostante tutto, si scoprirebbe che la scuola vissuta e costruita ogni giorno, nel dialogo e nel rapporto, ha fatto la sua parte. Sarebbe ora che chi governa si mettesse da questa parte e da lì decidesse di ripartire. 



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