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SCUOLA/ Si può fare a meno della "rivoluzione silenziosa"?

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La Costituente per la scuola da concludere entro giugno, annunciata dal premier Letta nel discorso alle Camere dell'11 dicembre scorso, riprende e calendarizza un obiettivo programmatico del ministro Carrozza. Ora l'appuntamento è inderogabile. Si tratterebbe di un forum, di una grande occasione di dibattito alla quale sarebbero invitati tutti i soggetti che hanno parte in causa nello sviluppo del sistema scolastico italiano: quelli interni e quelli esterni. 

L'auspicio è che sia non solo una disputa tra esperti, ma soprattutto un confronto tra realtà che la scuola italiana la realizzano ogni giorno per rispondere alle sfide educative che il Paese sta attraversando. In altri termini, sarebbe interessante una riflessione sulla scuola possibile, piuttosto che l'ennesima progettazione di una scuola impossibile e svincolata dalla realtà. 

Abbiamo vissuto, nel recente passato, fasi riformistiche degli ordinamenti, tutte più o meno incompiute, che si sono spesso sovrapposte a tentativi precedenti. Ora bisognerebbe portare a conclusione l'essenziale, ma a condizione di individuarlo nelle esperienze più significative che rappresentano novità già in atto, sia sul versante dell'innovazione che su quello dell'organizzazione. Nell'incompiutezza e talvolta nel caos delle norme qualcuno ha camminato: si tratta di allargare le piste, rendere più praticabili le soluzioni, rafforzare le coordinate senza volere a tutti i costi, centralisticamente, riempire il quadro. 

Si parla di autonomia delle istituzioni scolastiche dal 1997; una riforma incompiuta perché non si è mai tradotta nell'autonomia finanziaria delle scuole, cioè nella possibilità che le scuole gestiscano direttamente i fondi che ricevono dallo Stato in proporzione al numero degli alunni che riescono ad attirare. La mancata liberalizzazione del sistema statale si affianca all'altro punto debole del sistema italiano, che è paritario a parole ma non nei fatti. Nella legge 62/2000 del ministro Belinguer, il sistema nazionale di istruzione "è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali".  La scuola paritaria tuttavia continua ad essere discriminata, nonostante faccia risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro l'anno. 

Eppure, nonostante le discriminazioni e le incompiutezze dell'elefantiaca macchina statale, l'autonomia si è andata affermando come esigenza e come dato di fatto. Pur tartassate dai tagli e dalle colpevoli dimenticanze dei diritti più elementari, molte scuole paritarie hanno resistito e si sono addirittura proposte al territorio come competitive nella gestione delle risorse, del personale e nella formulazione della governance interna. In tanti altri casi, scuole statali (specialmente superiori di II grado) hanno allacciato rapporti con enti e imprese del contesto locale per esprimere al meglio le proprie potenzialità. Altre hanno fatto progetti e trovato i soldi per realizzarli; altre ancora hanno modificato i percorsi formativi, entro gli angusti limiti consentiti dalla legge, e si sono proposte alle famiglie anche sulla base di ottimi standard di apprendimento degli alunni, certificati a livello internazionale dalle prove Ocse-Pisa. 



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