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UNIVERSITA'/ Dividere i buoni dai cattivi non è sempre così facile

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)

Potrebbe sembrare solo una questione di diritto intertemporale o di transitorietà disattesa o di ultrattività parziale: la scelta del sintagma acconcio spetta ai giuristi, che sono tassonomisti per natura.

Potrebbe sembrare. Se non fosse che il decreto ministeriale di riparto dei punti organico per il 2013 tocca nella carne viva alcune università italiane, anche grandi, specie nel Mezzogiorno, disegnandone un destino di marginalità e di declino.

Il sistema basato sul "punto organico" è un'escogitazione per individuare una modalità fondata su criteri "obiettivi" nel riparto delle risorse: l'attribuzione di una quota adeguata di punti organico consente di ricevere una fetta congrua di Fondo Ordinario di Funzionamento (Ffo). In tempo di crisi, consente almeno di moderare la perdita di professori in servizio, a mano a mano che si creano le vacanze per pensionamento.

Ma l'attribuzione dei punti organico viene fatta dipendere da alcuni parametri, che dovrebbero rivelare "virtù" e "vizi" degli atenei, in modo da poter premiare i virtuosi e sanzionare i viziosi (senza tuttavia dannarli del tutto, secondo alcuni dei nostri normatori e applicatori di norme, ma non secondo coloro, tra questi, che nutrono i sentimenti più estremi). 

Tra le virtù riconosciute alle università v'è quella di avere un più basso rapporto tra budget complessivo e spesa per il personale e la più bassa esposizione per fitti passivi. In regime di tagli (e siamo in regime di tagli), l'attribuzione del 20% dei punti organico modera la riduzione, tuttavia sensibile, del turn over. Se questo taglio è riferito a ogni singolo ateneo, non sorge conflitto "territoriale": e così è stato in un primo momento. Ma per raffrontare "virtuosi" e "viziosi", occorre che quel 20% non incida dappertutto nello stesso modo, ma sia riferito all'intero "sistema": in tal modo, gli atenei che si sono mal condotti subiranno tagli più gravosi; quelli che si sono ben condotti potranno conseguire un premio, consistente nel poter assumere un numero di professori pressoché uguale o anche superiore a quello dei pensionati. Così è oggi.

Naturalmente nessuno può seriamente pensare che i richiamati parametri quantitativi, nella loro "stupida" fissità, siano davvero indicazione di "vizio" o di "virtù". E non si può non considerare il tessuto sociale in cui un'università si colloca e la sua storia istituzionale e la sua dimensione: tutti fattori incidenti su quel rapporto tra spesa complessiva e spesa per il personale, che viene assunto come legge bronzea nel riparto delle risorse. Si pensi solo alla difficoltà in alcuni contesti di aumentare le tasse universitarie, o al peso da attribuire alla consistenza "storica" del personale amministrativo nei grandi atenei, vischiosa e non comprimibile (specie dopo la messa in opera di politiche di "decentramento", che hanno consentito la moltiplicazione delle sedi universitarie su scala regionale senza conseguire il ridimensionamento delle sedi maggiori), o alla gestione, presente solo in alcuni grandi atenei, di attività sul territorio quale quella sanitaria.



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