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SCUOLA/ Una prof: "Bisogna che io creda di poter ancora imparare"

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco (1598) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Sacrificio di Isacco (1598) (Immagine d'archivio)

A tutti è capitato un momento (o più momenti) come questo descritto nell'apologo di Valerio Capasa: qualcosa desta in noi un desiderio diverso, apre una possibilità che era seppellita dalla routine di giornate che sembrano uguali da anni. 

Forse il lavoro dell'insegnante è paradigmatico anche da questo punto di vista. Indagini europee lo danno, tra le helping professions, come uno dei lavori più logoranti (se non il più logorante): certo, perché gli studenti non rispondono, i genitori si occupano solo di risultati numerici, l'amministrazione esige tempestività nel rispetto delle scadenze, l'opinione pubblica si scandalizza nel vedere lavoratori con tre mesi di vacanza e tutti i pomeriggi liberi. Insomma, un lavoro "a perdere": fatichi tanto e non vedi nessun risultato. Meglio non faticare, dunque (il risultato non cambia). 

Meglio non faticare? Forse un residuo di orgoglio, di desiderio di dignità professionale (o desiderio di autostima), fa sì che gli insegnanti continuino, nella stragrande maggioranza (lo dicono le statistiche) a prendere sul serio il proprio lavoro (del resto chi non lo fa soccombe, perde tutto, in una strada in discesa fino al non-senso di qualsiasi azione: allora – c'è sempre la definizione adeguata - si parla di burnout). Ma intanto, in mancanza di altri fari, ci si attesta sul programma, sulla direttive e le circolari (perché, oltre tutto, se non ci stai attentio finisci nei guai: nel mondo burocratico-statalista è fondamentale rispettare i protocolli). Così l'entusiasmo "da giovani", quello che è quasi impossibile non aver provato all'inizio, quello che nasce quando si impara qualcosa (da lì spesso nasce l'intuizione che porta a diventare insegnanti di professione), si ridimensiona, o si frantuma, nelle scadenze interquadrimestrali e nei percorsi interdisciplinari (i vulcani: latino-scienze-fisica; la nascita del libro: filosofia-greco-matematica).

Ma se per tutti può esserci l'occasione per riscoprire la giovinezza (quell'entusiasmo per la scoperta, che rende interessante l'enigmaticità della vita), per un insegnante, cioè per una persona che per lavoro deve stare davanti a persone in crescita, le provocazioni si moltiplicano a dismisura. Forse è per questo che si pensa di potersi permettere di trascurarle, forse le occasioni sono troppe, nel loro susseguirsi risultano destabilizzanti, si crede di non poter reggere a tutte quelle provocazioni. Quali provocazioni?

La prima e fondamentale (perché ne va della vita) è proprio di fronte al disinteresse dello studente (semisdraiato dietro al banco, nell'atteggiamento di sufficienza di chi sta facendo un piacere a qualcuno, come se dovesse essere ringraziato perché sta lì): In effetti perché dovrebbe interessargli quel che dico? 



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COMMENTI
06/12/2013 - La molla almeno della dignità (ROBERTO PELLEGATTA)

“Dignità professionale” che grande molla nel suscitare passione per il proprio mestiere! Quante volte, di fronte ad una provocazione, ad una novità, invece di veder suscitata questa dignità, si sente rispondere “lo facciamo già “! Se le riflessioni di Cassani fossero, non dico del 100%, ma almeno del 50% di docenti e presidi, sarebbe un’altra scuola. Grazie!