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EDUCAZIONE/ Carrón: senza memoria dell'io, avremo figli senza libertà

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Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)

Quando questa mentalità vince, il risultato è quello di cui parlava Pietro Citati in un articolo apparso qualche anno fa su la Repubblica e dedicato alla generazione dei giovani d’oggi, dal titolo «Gli eterni adolescenti», in cui faceva un ritratto quasi spietato del risultato che produce la vittoria di questa mentalità. Scriveva Citati: «Un tempo, si diventava adulti prestissimo. Oggi c’è una continua corsa all’immaturità. Un tempo, […] a tutti i costi, un ragazzo diventava maturo. […] Conquistare la maturità era una rinuncia […]. [Oggi i giovani] non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, […] amano […] l’indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. […] Non hanno volontà: non desiderano agire […]. Preferiscono restare passivi. […] Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L’unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia».

A questo articolo aveva fatto seguito una risposta di Eugenio Scalfari, il quale sosteneva: «La ferita [in questi giovani] è stata la perdita dell’identità e della memoria» forse perché qualcuno aveva tolto questa identità. È singolare: prima fanno di tutto per fare perdere loro l’identità e poi si lamentano del fatto che hanno perso l’identità. «La ferita è stata il silenzio dei padri troppo impegnati nella conquista del successo e del potere. […] La ferita è stata la noia, l’invincibile noia, la noia esistenziale che ha ucciso il tempo e la storia, le passioni e le speranze. […] Non vedo quella profonda melanconia che c’è nei giovani volti del Rinascimento dipinti dal Lotto e dal Tiziano. […] Io vedo occhi stupefatti, estatici, storditi, fuggitivi, avidi senza desiderio, solitari in mezzo alla folla che li contiene. Io vedo occhi disperati. […] Eterni bambini. […] La loro salvezza sta soltanto nei loro cuori. Noi possiamo soltanto guardarli con amore e trepidazione».

Oggi ci troviamo di fronte a una profonda crisi dell’umano, che si può riassumere in questo torpore misterioso, in questa invincibile noia, in questo venir meno dell’umano in cui tante volte ci troviamo quando la mentalità denunciata nel libro stravince.

Questa profonda crisi dell’umano si documenta nella passività di tanti giovani, che sembrano quasi incapaci di interessarsi a qualcosa di veramente significativo, o nello scetticismo di tanti adulti che non mettono davanti a loro qualcosa per cui valga la pena muoversi per uscire da questa situazione. È come se non trovassero degli interessi con cui valesse la pena di coinvolgere fino in fondo la propria umanità. Sembra che niente sia in grado di interessare i giovani fino al punto di metterli in movimento, e allora «l’impegno verso lo studio diviene minimo, e la noia massima», come scrive Massimo Borghesi.

Ma proprio facendo così, i genitori hanno commesso un errore madornale. Dov’è stato ed è l’errore? Nella confusione sulla natura del cuore dell’uomo. Pensiamo di risolvere noi il problema dei ragazzi, invece di sfidarli sulla loro natura. Quella natura originale, che Leopardi documenta in modo insuperabile: «Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana».

A questa natura dell’uomo – che è la natura dei nostri giovani, e la nostra – non si può rispondere soltanto con una proposta facilona che non è in grado di interessare e di risvegliare tutta la capacità dell’io.

2) Questo ci porta al secondo errore denunciato da Antonio Polito, che è riuscito così a identificare l’altra radice dell’impostazione educativa che critica nel suo libro, e su questo mi trova molto d’accordo: l’origine dei problemi è soprattutto culturale. E qual è l’errore?

Quello che «ha fatto di noi dei pessimi genitori è il pensiero del Novecento. La cui grande scoperta è stata l’individuazione di forze superumane, fossero esse psichiche, sociali o biologiche, capaci di togliere dalle spalle dell’uomo la responsabilità delle proprie azioni. Grandi filosofie consolatorie. Come il sistema di pensiero scaturito da Freud, nel quale l’Io razionale e consapevole, la sede della responsabilità individuale, diventa un povero derelitto in balìa di forze più grandi di lui, [gettando] “le basi per una riduzione dell’etica alla psicologia”. (Valeria Egidi Morpurgo). […] Oppure filosofie come il marxismo, che trasportano sul piano sociale lo stesso meccanismo a responsabilità zero. Ricordate uno dei più celebri assunti? È l’essere sociale che determina la coscienza, non il contrario. Dunque la nostra coscienza è solo un’ancella, che va dove la porta il conflitto di classe. E la liberazione dell’uomo non può che essere il risultato di un processo collettivo che si svolge sopra di noi […]. Ogni responsabilità individuale è finita, tutto è trasferito a processi e movimenti collettivi. Scrive l’antropologo Robert Ardrey nel suo The Social Contract: “Una filosofia che per decenni ci ha indotto a credere che le colpe dell’uomo devono sempre caricarsi sulle spalle di qualcun’altro; che la responsabilità di comportamenti dannosi alla società devono sempre attribuirsi alla società stessa; che gli esseri umani nascono non solo perfettibili ma anche identici, per cui qualsiasi grave conflitto tra di loro va addebitato alla gravità delle condizioni ambientali…”. […] E infine il darwinismo. […] Che spiega tutti i comportamenti umani come conseguenze inevitabili della storia evolutiva della specie, e non come scelte più o meno consapevoli degli individui. Paura e coraggio, egoismo e altruismo, pigrizia e intraprendenza: niente di ciò che siamo si può più far risalire all’educazione che abbiamo ricevuto, all’esempio che ci è stato offerto, alla cultura in cui abbiamo vissuto. Ma tutto è Natura, tutto ci deriva dai nostri antenati e dagli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvivenza del più forte» (pp. 26-28). 



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