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EDUCAZIONE/ Carrón: senza memoria dell'io, avremo figli senza libertà

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Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)

Non so se capiamo la portata di questo errore: l’uomo, ridotto ai suoi antecedenti biologici e sociologici, diventa un pupazzo, una marionetta in mano alle «forze superumane»; per cui l’io non c’è più, l’io è come un sasso travolto dal torrente di queste forze. L’«io» come realtà personale, autonoma, con capacità di libertà, in grado di porsi come soggetto nella storia e nelle circostanze non c’è più, perché tutto è scaricato su antecedenti di ogni tipo, psichici, sociali o biologici. Polito lo chiama l’oppio della deresponsabilizzazione. Non essendoci l’io, non essendoci la libertà perché tutto è determinato da questi fattori, quale responsabilità è possibile davanti alle sfide?

La conseguenza di questa mentalità è una certa concezione dell’uomo: «Rousseau definì il bambino “un perfetto idiota”. E nel 1890 William James descrisse la vita mentale di un neonato come “una grande, dannata, ronzante confusione”. È a causa di questa presunzione che, convinti di essere in presenza di simpatici “idioti”, parliamo e agiamo davanti a loro come se non ne fossimo ascoltati, e compresi, e giudicati. Non so voi, ma a me invece non è mai riuscito di stare in una stanza con uno dei miei figli fin dall’età di sette-otto mesi senza avvertire distintamente addosso a me i suoi cinque sensi spalancati; senza provare l’inquietante sensazione che dentro quei corpi ancora incapaci di muoversi e di nutrirsi con le loro forze ronzassero perfettamente oliati dei cervelli già funzionanti» (p. 67). Eppure, malgrado tutta la riduzione operata dal pensiero del Novecento, l’esperienza elementare del rapporto con i nostri figli impedisce questa riduzione. Come se avessimo la percezione, perfino sensibile, di come non li possiamo ridurre a quello a cui di solito li riduciamo, cioè ai nostri pensieri.

Continua Polito: «Voi capite bene che se così fosse, allora il nostro comportamento di genitori sarebbe radicalmente sbagliato, e dovrebbe radicalmente cambiare [perché se i ragazzi hanno cervelli funzionanti, qualche cosa deve cambiare]. Non più “povero bimbo, è troppo piccolo per capire” […]. Il bambino capisce, comprende che c’è una cosa giusta e una sbagliata» (p. 68). Provate a commettere una ingiustizia nei suoi confronti e vedrete se capisce! Provate a trattarlo nel modo sbagliato e vedrete se capisce! Altro che ridotto ai fattori antecedenti di tipo biologico, psicologico, eccetera! Se invece di questo riconoscimento della loro originalità, del fatto che hanno cervelli funzionanti, prevale il dominio di questa mentalità, questo annullamento dell’io, si lascia campo libero a quelli che Polito chiama i “cattivi maestri”, che non trovano così alcuna resistenza: «Ci sono in giro altri adulti che fanno danni non minori dei padri. Nel senso che li arrecano a un’intera generazione di figli. Sono i cattivi maestri, intesi nel senso letterale e non metaforico del termine: gente che cioè insegna male, cose sbagliate, metodi approssimativi, idee perniciose. È il folto gruppo di quei reduci del Sessantotto i quali, invece che in politica o in azienda, hanno ottenuto il loro successo nell’accademia o nella comunicazione, e che oggi dagli schermi televisivi, dalle edicole o dalle librerie disegnano davanti agli occhi dei nostri giovani il mondo come è e come sarà. È attraverso le loro parole e le loro immagini che i nostri figli apprendono a sperare o a disperare. Perciò il ruolo di questi padri-guru può essere anche più importante di quello dei padri biologici» (pp. 131-133).

Antonio giunge a un’amara conclusione: «Siamo la prima generazione di padri nella storia ad aver elaborato una complessa e altamente egoistica strategia di sopravvivenza attraverso la captatio benevolentiae dei nostri figli. Fingiamo di farlo per il loro bene, ma in realtà lo facciamo per il nostro» (p. 143). E aggiunge: «La nostra società è dunque invecchiata nelle speranze e nelle aspettative, prima ancora che nell’età anagrafica» (p. 144).

Riducendo l’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici o sociologici, abbiamo tolto all’uomo e ai ragazzi la loro dignità, e questo lo esprimiamo nel modo di guardarli, questo giudizio lo leggono nel modo in cui li trattiamo, molto di più di quanto ce ne rendiamo conto. Ma basta un minimo di rapporto con loro perché scopriamo che l’io c’è. E che c’è nell’io qualcosa di irriducibile a questi fattori: don Giussani la chiamava «esperienza elementare», una esigenza di verità, di bellezza e di giustizia, di felicità, di pienezza, che è il nocciolo dell’io. E per questo i giovani capiscono, capiscono benissimo, non devono frequentare un corso per vedere quando è ingiusta una modalità di trattarli o quando non vogliamo loro bene o quando non diamo loro tempo. Togliere loro il criterio di giudizio è togliere loro la dignità, perché è come dire: «Tu sei scemo, ti spiego io come stanno le cose!». Ma loro capiscono benissimo che non è così, proprio perché hanno dentro di sé una esperienza elementare, che si esprime come esigenza di verità, di bellezza e di giustizia, per cui non devono andare ad Harvard a fare un corso sulla giustizia per sapere quando sono trattati ingiustamente! Provate a farlo! Perché i nostri figli, i nostri ragazzi sono spietati su questo. Noi siamo dei dilettanti rispetto alla chiarezza del giudizio che hanno loro sulle cose. Ma noi pensiamo che siano scemi. Invece che differenza, che diversità quando li trattiamo per quello che sono! Ma, come dice il Papa, è successo [in molte persone molto capaci] uno «strano oscuramento del pensiero», quello che è elementare non lo vediamo più. E con questo oscuramento del pensiero riduciamo la loro dignità, la loro capacità di essere, il loro io con tutta la sua possibilità di evolvere e restringiamo allo stesso tempo il nostro concetto di amore, che non è soltanto cortesia e gentilezza, ma è amore nella verità. 



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