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EDUCAZIONE/ Carrón: senza memoria dell'io, avremo figli senza libertà

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Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)

Il 25 gennaio 2013, a Milano, organizzata dal Centro Culturale di Milano e della Rizzoli, si è svolta la presentazione del libro di Antonio Polito Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli, al quale hanno partecipato, oltre all'autore, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, e Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera. Pubblichiamo qui di seguito l'intervento di don Carrón.

 

Ringrazio prima di tutto Antonio Polito per questo invito di cui mi sento veramente onorato.

Il libro che presentiamo oggi è un grido, una provocazione, una domanda: ma dove stiamo portando i nostri figli? Tanti genitori si ritroveranno in questo interrogativo. È una domanda che in non pochi casi diventa preoccupazione, e a volte angoscia, perché molti non sanno da che parte girarsi, dove guardare per uscire dall’impasse in cui a volte si trovano. Questo è un segno palese della confusione che domina il nostro tempo, in cui pure abbiamo visto nascere, crescere, svilupparsi tante cose belle, tante conquiste della scienza, ma alla cosa più cara, i nostri figli, non sappiamo offrire qualcosa di veramente significativo affinché possano orientarsi in mezzo alla confusione in cui si trovano a vivere.

Siamo davanti al libro di un osservatore acuto, che coglie la sfida più grande che la società si trova ad affrontare, cioè la sfida educativa, rispetto alla quale le altre, quella economica, sociale e politica, non sono che conseguenze.

Ma Antonio non identifica solo la sfida, ma anche l’origine di essa: i padri. O, più genericamente, gli adulti - siano essi padri, educatori, maestri o preti -, che non sono stati in grado di offrire un’ipotesi di risposta all’altezza del bisogno dei figli. L’Autore pone la questione in modo tranchant fin dalle prime pagine del libro: «Chi di noi padri […] può negare a se stesso la verità, e cioè che tutto intorno a noi ci dice che è l’educazione (intesa in un senso molto più ampio della semplice istruzione) il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e, al suo interno, dei nostri ragazzi? E allora perché abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli?» (p. 16). Questa è la sfida.

Come si documenta questa abdicazione dei padri alla loro funzione educativa? Sostanzialmente in due modi.

1) I genitori hanno voluto risparmiare ad ogni costo ai loro figli la fatica del vivere. «Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti dei nostri figli, sempre pronti a batterci affinché venga loro spianata la strada verso il nulla [parole forti], perché non c’è meta ambiziosa la cui strada non sia impervia. È un grande fenomeno culturale, e sempre più è un tratto del carattere nazionale […]. Ed è un grande fattore di freno alla crescita non solo economica ma anche psicologica della nazione» (p. 21).

Cioè, invece di lanciarli verso una meta ambiziosa corrispondente al loro bisogno, al loro cuore, anche se la strada è impervia, abbiamo preferito spianare loro la strada perché non dovessero impegnarsi troppo, per evitare la fatica della salita. Invece dello Stay hungry, Stay foolish (restate affamati, restate folli) di Steve Jobs, nel suo famoso discorso all’Università di Stanford, abbiamo preferito il «restate sazi, restate conformisti» (p. 12).

«La colpa è nostra. I veri bamboccioni siamo noi» (p. 23), scrive Polito. Abbiamo perseguito un modello sociale tutto teso a rendere facile la vita ai nostri ragazzi, senza accorgerci che così, in nome dei nostri figli, li abbiamo rovinati. «Affamati non vogliamo che siano nemmeno per un istante. Abbiamo anzi costruito le nostre vite e la nostra società in funzione del loro nutrimento. […] In funzione della protezione dei figli dal bisogno, con conseguenze sociali rilevanti e non sempre positive» (pp. 12-13).

Si è vissuto «un malinteso senso di protezione verso i nostri figli; malinteso perché in realtà tradisce una sfiducia collettiva nei loro mezzi, la paura di lasciarli nuotare con le loro forze il prima possibile. E questa sfiducia loro la sentono, e ne deprime l’autostima» (p. 20). Mi sembrano affermazioni acutissime di come noi, facendo così, diamo un giudizio sulle loro capacità, sulle loro possibilità di essere se stessi, di crescere, di svilupparsi. Non lo diciamo così esplicitamente, ma loro colgono comunque questo giudizio.

In terzo luogo, abbiamo praticato un malefico paternalismo. «Società della pantofola», la chiama Antonio, tutta protesa a preservare i giovani da ogni sforzo.

Mi colpisce la sintonia con quanto diceva don Giussani nel 1992, in una intervista al Corriere della Sera: «Mi spaventa […] l’Italia. […] È una situazione civile dove non c’è un ideale adeguato, dove non c’è nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico. Un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non può durare. Il timore è che si scatenino conflitti senza fine. […] Perché è successo tutto questo? Lei lo può dire dopo aver visto crescere tante generazioni. Qual è stato il fattore scatenante di una simile caduta, di un simile peggioramento? A tutte queste generazioni di uomini non è stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’apprensione utilitaristica dei padri. Sta parlando del dio denaro? Il dio denaro o una sicurezza di vita agiata, di vita senza rischi. E fatta solamente di cose, senza rischio alcuno. […] Chissà se questo desiderio di rendere meno difficile la vita dei propri figli, o di un dato gruppo di persone, sfondi a un certo punto l’orizzonte. Cioè, se chi ha questo desiderio capisca che, per poterlo realizzare, ha bisogno di un ideale, di una speranza».

I padri pensavano che, risparmiando loro lo sforzo e proteggendoli dal bisogno, stavano facendo il bene dei figli, quando in realtà stavano spianando loro la strada verso il nulla. 



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