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EDUCAZIONE/ Carrón: senza memoria dell'io, avremo figli senza libertà

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Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)

Se la situazione è questa, da dove ripartire? Dal «punto infiammato [dell’animo], il locus di tutta la mia coscienza», di cui parlava Cesare Pavese. Da quei cervelli funzionanti, da quel cuore che non può essere ridotto ai fattori antecedenti, il cuore con le sue esigenze e con le sue attese. È questa attesa che deve trovare una riposta adeguata. È intorno a questo punto infiammato che può ruotare una proposta veramente corrispondente all’umano. Ma questo punto infiammato (come abbiamo visto in tante occasioni) è sepolto da un torpore, da una noia: non trovando chi sfida i giovani con un rapporto all’altezza della loro esigenza (che spesso si cerca di coprire con tante distrazioni), quel punto rimane sepolto.

La questione, allora, è chi è in grado di risvegliare il punto infiammato, l’io dei giovani; ma anche quello degli adulti. Questa è la sfida che abbiamo tutti davanti, la nostra generazione e le istituzioni: la scuola, la famiglia, la Chiesa, i partiti, gli imprenditori, tutti.

Per risvegliare l’io dal suo torpore, dalla noia che sembra invincibile, non basta una lezione o soltanto un richiamo etico (che può essere utile), una predica; occorre un adulto che con la sua vita sia in grado di fare interessare il giovane alla sua esistenza, al suo destino. Ma è difficile trovare adulti che non siano scettici; quante volte mi trovo a dialogare con ragazzi in università i cui genitori, davanti al loro impeto ideale, dicono: «No, la vita ti sistemerà pian piano».

È per questo che solo un testimone (diceva Paolo VI che abbiamo più bisogno di testimoni che di maestri), per cui chi lo incontra non possa sottrarsi al suo fascino, alla sfida che la sua presenza introduce nella vita, può risvegliare questo punto infiammato, questa esigenza nascosta. Uno che incarni un modo di vita in grado di attrarre il cuore, di sfidare la ragione, di mettere in moto la libertà. Insomma, occorre una proposta vivente.

Un testimone o, con una parola che oggi non è politicamente corretto usare, ma se la svuotiamo delle connotazioni con cui a volte la percepiamo e se la diciamo nel suo senso originale risulta decisiva, un’autorità, cioè qualcuno che mi fa crescere, che mi genera con la sua presenza. Occorre una autorità, una presenza che sfidi il «punto infiammato» per lanciarmi verso quella «meta impervia» a cui io, per la mia struttura umana, sono chiamato.

Scriveva don Giussani: «L’esperienza dell’autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto. C’è in essa un’attrattiva inevitabile, e in noi una inevitabile soggezione. L’esperienza dell’autorità richiama infatti l’esperienza, più o meno chiara, della nostra indigenza e del nostro limite. Ciò porta a seguirla e a farci suoi “discepoli”. […] Per rispondere in modo adeguato alle esigenze educative [che oggi dobbiamo affrontare] dell’adolescenza non basta proporre con chiarezza un significato delle cose, né basta una intensità di reale autorità in chi lo propone. Occorre [allo stesso tempo] suscitare [nei giovani] nell’adolescente [quel] personale impegno con la propria origine; [con loro stessi, perché senza questo non saranno loro stessi; e per questo non si può evitare la fatica]; occorre che l’offerta tradizionale sia verificata; e ciò può essere fatto solo dall’iniziativa del ragazzo e da nessun altro per lui. [Proposta di una ipotesi di significato da sottomettere alla verifica dei figli, della sua pertinenza alla vita, della sua capacità di rispondere alle sfide della vita. Senza questa educazione alla verifica di una proposta, non diventerà mai loro e quindi correranno il rischio di perdersi] La vera educazione deve essere un’educazione alla critica». La critica è il paragone di quello che ci viene proposto con i desideri del suo cuore: «Il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti siamo alienati. E il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono. […] Abbiamo avuto troppa paura di questa critica», di questa verifica, non abbiamo rischiato per poter generare un soggetto autonomo. 

Continuava don Giussani: «Scopo della educazione è quello di formare un uomo nuovo; perciò i fattori attivi della educazione debbono tendere a far sì che l’educando agisca sempre più da sé, e sempre più da sé affronti l’ambiente [le circostanze]. Occorrerà quindi da un lato metterlo sempre più a contatto con tutti i fattori dell’ambiente, dall’altro lasciargli sempre più la responsabilità della scelta, seguendo una linea evolutiva determinata dalla coscienza che il ragazzo dovrà essere capace di “far da sé” di fronte a tutto. Il metodo educativo di guidare l’adolescente all’incontro personale e sempre più autonomo con tutta la realtà che lo circonda, va tanto più applicato, quanto più il ragazzo si fa adulto [altrimenti il risultato sarà che non cresce]. L’equilibrio dell’educatore svela qui la sua definitiva importanza. L’evolversi infatti dell’autonomia del ragazzo rappresenta per l’intelligenza e il cuore − e anche per l’amor proprio − dell’educatore un “rischio”. D’altra parte è proprio dal rischio del confronto che si genera nel giovane una sua personalità nel rapporto con tutte le cose; la sua libertà cioè “diviene”. […] L’esperienza deve farla il giovane stesso, perché questo rappresenta l’avverarsi della sua libertà. E questo amore alla libertà fin nel rischio è soprattutto una direttiva che l’educazione deve tenere presente. […] Una educazione che accetti con vigilanza il rischio della libertà dell’adolescente è reale sorgente di fedeltà e di devozione cosciente all’ipotesi proposta e a chi la propone. La figura del “maestro”, proprio per questa discrezione e rispetto, in un certo vero senso si ritira dietro la figura dominatrice della Verità Unica cui si ispira; il suo insegnamento e la sua direttiva diventano dono di testimonianza, e proprio per questo si iscrive nella memoria del discepolo con una simpatia acuta e sincera, indipendente − nel suo livello più profondo − dalle stesse sue doti. Per cui abbiamo una gratitudine e un legame ineliminabile al maestro, e pure una convinzione indipendentemente da esso». 



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