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UNIVERSITA'/ Meno laureati? Ecco le 4 anomalie dei nostri atenei senza merito

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Trovare le ragioni al calo delle immatricolazioni nei nostri atenei, alla minore percentuale di giovani che si laureano in Italia rispetto agli altri paesi occidentali, senza essere retorici e/o banali non è operazione semplice, ma reputo che la si possa rischiare a partire dall'esperienza. Io parto da quella dei Camplus e quindi dei Collegi di merito dove vengono ospitati e formati i talenti e gli studenti meritevoli. Nei nostri Camplus gli studenti non diminuiscono, ma crescono e sono introdotti al lavoro in modo rapido e soddisfacente. Un pezzettino di università positiva, dove la crisi c'è e si sente, ma che, per il risultato che si produce in termini di crescita delle persone, ritengo possa dare alcune indicazioni importanti su questo scenario.

1. Il primo fattore di crisi degli atenei è la genericità e uniformità della loro offerta. Troppi atenei sono uguali tra loro, non si distingue tra quelli che possono rimanere generici (offrono di tutto), quelli specialistici (per esempio i politecnici, i quali peraltro tendono ad allargare il proprio campo di azione), quelli sotto casa che offrono una formazione da super liceo, e quelli fatti per "vendere" semplicemente lauree. Tutti ugualmente finanziati dallo Stato a pioggia, all'italiana. Eppure sarebbe necessario distinguere, soprattutto quelli che producono ricerca, da chi fa soltanto didattica (e non è mica un male di per sé, basta che sia dichiarato). Se invece tutto è uguale che senso ha scegliere? 

2. In un paese di furbetti, come è l'Italia, la vera scelta nella formazione, quella cioè che si fa pensando all'investimento e non solo al costo, avviene in base a quanto è premiato il merito e al collegamento reale con il mondo del lavoro. In altri termini, se in un ateneo si iscrivono i talenti è perché c'è una reale preparazione e perché questo è inserito e collegato in un sistema produttivo-professionale che consente una scelta e un'entrata reale nel ciclo lavorativo. 

3. C'è indubbiamente un problema di costi, data la crisi epocale in cui viviamo. Ma il punto è distinguere se le spese per frequentare l'università sono considerate spese di investimento per il futuro o no. Se lo sono e gli atenei concorrono a far sì che lo siano (considerando l'università non appena l'ennesimo ente pubblico il cui scopo sia innanzitutto assicurare posti di lavoro, ma un servizio da offrire) una famiglia è disposta, per il futuro dei figli, ad affrontare la spesa. Deve però essere convinta che ne valga la pena. Non si spiegherebbe diversamente il successo di alcuni atenei italiani e di altri no, o la scelta che riscontriamo tra alcuni nostri studenti, magari per la laurea specialistica, di andare in atenei esteri che costano molto di più di quelli italiani.



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