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SCUOLA/ Se la "Scelta" di Monti non fa i conti con il Miur e i sindacati

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Mario Monti (InfoPhoto)  Mario Monti (InfoPhoto)

Per quanto riguarda la formazione iniziale degli insegnanti si propone «la messa a regime dei TFA, (…) mantenendo una netta distinzione tra il momento in cui si consegue l’abilitazione all’insegnamento e il momento in cui si entra nei ruoli del personale della scuola attraverso concorso pubblico». Sul punto sarebbe auspicabile anche che, oltre alla messa a regime, ci si proponga di correggere e rivedere quegli aspetti paradossali e tragicomici che hanno contraddistito quest’anno l’avvio del primo ciclo di tirocini.

Uno dei temi più scottanti ed attuali è sicuramente quello del reclutamento dei docenti: sul punto le proposte sembrano ad un tempo molto prudenti, consapevoli cioè dell’intricata situazione venutasi a creare nel corso degli anni, e al tempo stesso capaci di innovare (si pensi per esempio alla previsione di «progessioni di carriera» o alle «nuove modalità di reclutamento che lascino progressivamente spazio all’autonomia responsabile delle istituzioni scolastiche e la possibilità di concorsi per reti di scuola»).

Si vuole quindi «portare a soluzione la questione del precariato senza ledere i diritti acquisiti» ma senza dimenticare le nuove generazioni, «prevedendo un ingresso costante e regolare di giovani insegnanti nella scuola». Qualcuno potrebbe domandarsi come sia possibile trovare un punto di equilibrio tra situazioni contrapposte e tra di loro in conflitto: eppure mi sembra che sia proprio questo uno dei compiti della politica e di chi è chiamato a governare.

Nella quarta leva si propone di sostenere le famiglie, attraverso la deducibilità delle «spese certificate in istruzione, come le rette per le scuole paritarie ed i contributi versati per la scuola statale», sostenendo così una effettiva libertà di scelta educativa. Per rilanciare il diritto allo studio, infine, si suggerisce di «riconoscere il credito d’imposta per chi mette a disposizione borse di studio in favore degli studenti».

L’Agenda Scuola appare quindi come una proposta coraggiosa, dotata di una sua coerenza interna e, nel complesso, abbastanza strutturata: da un lato non si limita infatti ad una mera elencazione di facili slogan, dall’altro è da rilevare un apprezzabile tentativo di coniugare una buona dose di realismo con responsabilità e slancio riformatore. Un programma certo non facile da realizzare, sia perché costoso (e in questo senso è forse un bene, perché è sotto gli occhi di tutti quali siano gli effetti di riforme “a costo zero” nel campo dell’education…) sia perché dovrà vedersela contro i due più importanti fattori conservatori del nostro sistema: buona parte della burocrazia ministeriale e la quasi totalità delle rappresentanze sindacali.

PS. Mi sia permesso di concludere con un piccolo auspicio. Nel 1996 il futuro primo ministro inglese Tony Blair, rispose così alla domanda su quali sarebbero state le tre priorità di un suo eventuale governo: «Ask me my three main priorities for government and I tell you: education, education and education». (Leader's speech, Blackpool 1996). Ecco, sarebbe davvero un segnale importante se il futuro Presidente del Consiglio del nostro Paese, a prescindere dal partito di provenienza, durante la conferenza stampa dell’insediamento dell’esecutivo potesse rispondere allo stesso modo.

Twitter @Francesco_Magni



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