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SCUOLA/ Il "tallone d'Achille" e tre leve per cambiare

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Lo statalismo non ha unificato l’Italia; che la divisione fra Nord e Sud sia macroscopica anche nel campo dell’istruzione, oramai non lo può negare più nessuno. E’ ora di provare a dare maggiori poteri alle Autonomie locali: nell’istruzione ciò significa che lo Stato non deve più essere il datore di lavoro, e la gestione di tutto il personale scolastico deve passare a loro, prevedendo realisticamente tempi differenziati. Parte chi è pronto, aspettare tutti è oramai una evidente copertura dell’immobilismo. Gli Usr siano da subito inglobati nelle regioni, come da tempo sollecita la Corte costituzionale, scompaia il Miur come padrone della gestione, e gli Organi collegiali - oramai un anacronismo assoluto - siano ripensati in funzione dei nuovi poteri agli Enti locali.

Vincoli e pregiudizi. Lo stato dell’istruzione tecnica e professionale in Italia - Dopo 30 anni di sperimentazioni e riforme nell'istruzione per il lavoro registriamo un elevatissimo tasso di dispersione, il mancato incontro fra competenze acquisite a scuola e competenze richieste dal mercato ed il più alto numero di Neet nella UE. Partendo da una analisi delle esperienze europee più di successo in questo campo e per quanto riguarda l’Italia da ciò che si è realizzato in Alto Adige, nel convegno ADi presenterà le ipotesi operative per fare uscire la formazione per il lavoro dalle secche attuali: decentralizzazione degli insegnanti e conseguente fusione fra istruzione professionale e formazione professionale, forte valorizzazione dell’apprendistato (presso il quale si può già assolvere l’obbligo), inserendolo organicamente negli ordinamenti, revisione dei curricula con una assoluta preminenza delle discipline professionalizzati e di carattere trasversale.

Insegnanti in cerca di identità - Due relazioni internazionali tenute rispettivamente da Andy Hargreaves, uno dei più prestigiosi ed apprezzati analisti della professione docente, sulla costruzione del capitale professionale, e da Marcel Crahay, ordinario di psicologia dello sviluppo e dell’apprendimento all’Università di Ginevra, sui modelli più efficaci di docenza nei Paesi dell’UE apriranno la sessione. Al termine ADI presenterà puntuali proposte per dare una nuova identità e un nuovo status alla professione docente in Italia. E’ necessario essere consapevoli che esiste una inscindibile correlazione fra diversi elementi: occorre in primo luogo attirare nella formazione iniziale i migliori studenti, come avviene in quei Paesi che hanno i migliori risultati in Pisa, ma perché ciò avvenga occorre che l’insegnamento diventi una carriera appetibile economicamente. Tuttavia non ci saranno aumenti retributivi significativi se si manterrà l’attuale orario e struttura di lavoro. Toccare l’orario di lavoro significa però diminuire il numero degli insegnanti e abbandonare una visione della scuola contenitore della sottoccupazione. L’approdo potrà avvenire solo attraverso percorsi differenziati e scaglionati. Alla base di tutte le riforme rimane comunque la decentralizzazione, solo così sarà possibile una programmazione fondata sui bisogni reali del territorio di riferimento, un reclutamento tempestivo, una progressione nell’innovazione.

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