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SCUOLA/ Le elezioni, la valutazione e l’"equilibrio" (precario) dell'Invalsi

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Esse dicono: non è questa (quella intrapresa fino ad ora, ndr) la strada da seguire per migliorare la performance delle scuole, che in ultima analisi − per i firmatari − è un fatto non misurabile. Vi si scorge la tesi che la formazione degli insegnanti è l’unico modo per migliorare la scuola. Parlano infatti di «valutazione formativa».

«È necessaria una valutazione improntata a narrazione e cooperazione», si legge nel manifesto. Che ne pensa?
È l’idea diffusa nella scuola italiana, ma non solo, che la valutazione sia in massima parte autovalutazione. Per cui il soggetto che dev’essere valutato viene indotto, accompagnato, incoraggiato − questo è il senso − a riesaminare i propri comportamenti e a rivedere gli errori che compie. Io sono io, insomma, e racconto me stesso in rapporto a come io mi percepisco.

Questo cosa comporta?
Che viene a mancare, come è evidente, la confrontabilità: anche l’insegnante più scadente può sempre raccontare, di fatto, una propria visione delle cose che giustifica pienamente il suo operato.

Lei non mette dunque in dubbio la necessità di un benchmark esterno.
Al contrario: penso che averlo realizzato sia uno dei meriti principali dell’Invalsi. La cosa che Sestito è riuscito a far accettare alla stragrande maggioranza dei dirigenti scolastici è che i dati delle loro scuole sono restituiti avendo come benchmark il territorio di riferimento, e il fatto che la singola scuola sia paragonabile a scuole equivalenti dal punto di vista della composizione sociale. La pubblicazione dei dati su Scuola in chiaro, autorizzata dall’Invalsi, avviene infatti sia in compresenza delle medie provinciali e nazionali, sia di scuole equivalenti.

Dubbi sul sistema di valutazione attuale?
Supponiamo di avere il misuratore universale: siamo sicuri di volerlo impiegare nella gestione? Non è scontato. Fino a quando non ci sia un consenso sufficientemente generale su cosa vogliamo produrre attraverso questo meccanismo occorrerebbe essere più cauti. In questo il documento delle associazioni sottolinea una verità sacrosanta: la valutazione è un atto politico. E non dobbiamo nascondercelo.

Si spieghi.
Nelle rilevazioni attuali ci siamo focalizzati su italiano e matematica perché la tradizione dell’Invalsi e i test internazionali vanno in quella direzione, ma ce ne sono altre − banalmente, il civismo piuttosto che la conoscenza della storia − che abbiamo lasciato fuori dalla dimensione valutativa. Scegliere la matematica è dare anche una indicazione curricolare: molte scuole hanno modificato i programmi di matematica perché hanno l’interesse che gli alunni ottengano buoni risultati. Ogni scelta è inevitabilmente orientativa, ma proprio per questo dev’essere condivisa.

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COMMENTI
27/02/2013 - E' il momento della ricerca... (Enrico Gori)

L’informazione Invalsi non è utilizzabile: a) cheating troppo alto, e il metodo di correzione adottato non può avere buoni risultati: la tesi di dottorato del dott. Giorgio Plazzi, su dati INVALSI, da me seguita, lo dimostra; b) il valore aggiunto ha due problemi: da ttp://www.irer.it/Rapportifinali/2003c009RapportoFinale.pdf emerge che i fattori socio-economici non sono così rilevanti, inoltre lo studio http://jeb.sagepub.com/content/36/3/283.short dimostra che la mancata considerazione dell’errore di misura sull’apprendimento al tempo zero induce sovrastima del loro effetto, tale da renderli significativi quando non lo sono; costruire league-table stratificate sui fattori socio-economici potrebbe quindi non avere senso; maggiore senso avrebbe se fosse in base al livello di partenza, ma così si giustifica il fatto che uno studente in condizioni di svantaggio iniziale abbia un risultato minore, e questo non è accettabile; c) sempre più le scale di misura oggettive vengono usate come strumento per valutare l’effetto di azioni di valutazione formativa, non sporadiche, ma almeno trimestrali, ed in questo senso appaiono volti gli interessi di ricerca e di politica educativa http://ies.ed.gov/ncee/edlabs/regions/midwest/pdf/REL_20134000.pdf. A parer nostro è ancora tempo di approfondire la ricerca. E la politica dovrebbe, per il momento, piegarsi alle esigenze della ricerca e non viceversa. Ma occorre intuire quali siano gli indirizzi di ricerca giusti…

 
22/02/2013 - Forse è l'Invalsi ad avere paura (Vincenzo Pascuzzi)

1) Buona proposta di D. Checchi su una pausa di riflessione riguardo ai test Invalsi: “Una fase intermedia, con il consenso di tutti, in cui facciamo esercizi di valutazione per incrementare la cultura docimologica e raccogliere il favore più ampio possibile”. Idea già avanzata da altri: “Sospensione per almeno un anno delle prove Invalsi, non perché siano “brutte e cattive”, ma perché si innestano su una assoluta impreparazione della scuola ….”. (“Un impegno per l’istruzione” di M. Tiriticco – 18.2.2013). 2) Un certo disagio, nervosismo, forse anche paura si può intravedere nel titolo “Chi ha paura della valutazione nelle scuole?” posto da P. Sestito alla sua replica al documento delle associazioni. Non esiste nessuna paura della valutazione, esistono critiche, valutazioni differenti, proposte costruttive anche nei commenti all’articolo dell’Invalsi sul sito lavoce.info. Miur (prossimo) e Invalsi dovrebbero farne tesoro. 3) Invalsi fa trapelare la sua impotenza rispetto alle copiature: “Anche l’Invalsi ha dovuto fare i conti con il cheating. L’ideale sarebbe che le scuole, e gli insegnanti …. “ (tuttoscuola.com – 18.2.2013). 4) Pertanto, effimere e un po’ comiche risultano le vanterie di alcune scuole: “Prove Invalsi: risultati eccellenti per il liceo Marconi di Foggia. Un risultato che premia il nostro lavoro - ha affermato il d.s. Michelina Boccia - e che conferma la validità e l'autorevolezza del sistema di valutazione messo in atto dall'Invalsi” (teleradioerre.it).