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SCUOLA/ Rembado (Anp): il "buonismo" dei sindacati fa male alla valutazione

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− Questo è tanto più vero in un contesto nel quale vige la presunzione legale circa il valore dei titoli di studio. Se un senso ha ancora questa sanzione giuridica, essa non può prescindere da una misura certa e al di sopra di ogni possibile dubbio. Da questo punto di vista, se mai, il nostro sistema pecca di incoerenza nel non aver mai fissato – insieme agli ordinamenti ed alle indicazioni nazionali – i valori di soglia minimi per la dichiarazione legale di “sufficienza”.

Viene molto enfatizzato nelle discussioni su questo argomento il rischio di comprimere l’autonomia didattica delle scuole ed il diritto degli alunni a ricevere una formazione non “orientata” rigidamente dal tipo di prove nazionali che dovranno sostenere. Ancora una volta, giova distinguere.

 − Proprio per “rispettare” l’autonomia dei docenti e delle scuole e per darle valore, la valutazione esterna è indispensabile. Si tratta dell’unica vera garanzia di libertà didattica e progettuale, che non può galleggiare nel vuoto dell’indeterminazione circa i fini ed i risultati. Una volta approntati i mezzi per verificare i punti di approdo, il percorso che sta a monte diventa realmente libero ed aperto alla piena realizzazione professionale. In caso contrario, i docenti rimarranno – come adesso – liberi a parole, ma prigionieri nei fatti di una burocrazia pedagogica mortificante.

− Il mandato che la scuola riceve dalla società civile non è mono-dimensionale. Esso abbraccia da sempre almeno tre dimensioni distinte: le conoscenze strumentali alla vita adulta ed al lavoro; la crescita sociale (cioè come membro di una comunità con i suoi valori e le sue regole); la crescita personale (come individuo portatore di affetti ed orientamenti relativi a quel che è bello, vero e buono – giusto per limitarci alle categorie fondamentali della filosofia tradizionale).

− La dimensione della crescita personale – sicuramente fondamentale e giustamente prevalente negli anni della scuola primaria – non può diventare l’unica a governare la didattica. Del resto, se così fosse, come si spiega la tenace resistenza all’inclusione nel curricolo delle opzioni individuali? Se realmente la scuola fosse un servizio all’individuo, prima e più che alla società ed al mondo produttivo, come si concilierebbe questo con l’obbligo scolastico e con il curricolo unico?

− La dimensione della crescita sociale non è certamente valutabile con strumenti quantitativi: ma nessuno lo ha mai sostenuto. Tuttavia, c’è una differenza, e non da poco, fra l’accettare questo ed il negare qualunque possibilità di valutazione. Se mai – ma questo è un discorso molto più ampio, sul quale metterebbe conto di tornare – un limite della nostra scuola negli ultimi decenni è stato proprio quello dell’aver rinunciato a valutare i propri studenti sotto questo profilo. Si pensi, ma è solo un esempio, alla infelice separazione che lo Statuto degli studenti ha voluto introdurre fra comportamento e profitto: con il risultato di aprire spazi sempre più ampi ai piccoli bulli ed ai comportamenti anti-sociali che vediamo moltiplicarsi.



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