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INCHIESTA SCUOLA/ 3. Medie e superiori preparano il sottosviluppo del paese: i numeri

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Va qui osservato che il meccanismo causale qui descritto (propensione alla prosecuzione degli studi ridotta a causa della bassa qualità degli apprendimenti), vale purtroppo anche per il passaggio dalla media inferiore alla media superiore: in sostanza non si può puntare al recupero di quel 10% di accessi alla secondaria superiore, di cui al punto precedente, se non si accrescono i livelli di apprendimento nella scuola elementare e media inferiore. 

c) Altri fattori − Un’altra possibile spiegazione potrebbe risiedere nella scarsa appetibilità della laurea ai fini occupazionali, ma studi già citati sui rendimenti dell’istruzione terziaria escludono che possa trattarsi di questo e anche i dati sulla quota di forze di lavoro con titolo di studio terziario evidenziano che, anzi, vi è ancora ampio spazio per la valorizzazione della laurea in ambito lavorativo, anche se qui ovviamente si apre tutta la questione della ripresa economica e del futuro produttivo del nostro paese, sul quale gravano molte incognite.

Un altro elemento che invece può spiegare la riduzione del numero di immatricolati è l’esaurimento delle coorti di “anziani” che negli anni precedenti la riforma lasciavano l’università con qualche esame sostenuto e che, dopo la riforma, si sono re-iscritti come “matricole”: molto probabilmente il fenomeno si va riducendo, come del tutto ovvio. Purtroppo, in passato, abbiamo vissuto anni “drogati” sotto questo punto di vista. Adesso, e sempre più in futuro, si dovranno fare i conti con le sole coorti di 19enni.

Per quanto riguarda l’università permane comunque un dubbio di fondo, che solo nei prossimi anni, attraverso ricerche del tipo PISA estese anche ai primi anni di università si potranno fugare: la qualità dei laureati. Vista la situazione al 4°, 8° grado di istruzione e a 15 anni, a meno di miracoli compiuti nei primi anni di università, c’è da attendersi un ovvio “in media”. Questo già sarebbe un buon risultato, visto che le regole di finanziamento presenti da quasi 20 anni nell’università italiana hanno da sempre incentivato la quantità più che la qualità, spesso confusa con i giudizi espressi nei confronti dei docenti, che alcuni studi mostrano avere una correlazione addirittura inversa rispetto alla qualità degli apprendimenti e al successo negli studi.

(3/4 − continua)




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