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SCUOLA/ Barbati (Cun): serve un colpo di spugna sulla legge Gelmini o sarà il collasso

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Le lauree triennali avevano questo obiettivo. In realtà, anche qui, ci si è misurati con una resistenza, che è stata delle stesse pubbliche amministrazioni, a riconoscere il titolo triennale per l’accesso a molti ruoli, anche non apicali, tanto da dover essere sollecitate, talvolta vanamente, con apposite circolari, direttive. L’obiettivo di aumentare il numero dei laureati, tenendo conto che ciò significa accrescimento del livello di conoscenza e di conoscenze, non può che essere condiviso. Ma, appunto, per raggiungerlo occorre fornire ai giovani una «buona ragione» per laurearsi, stimolandoli a riconoscere il valore in sé del sapere, e questo non può che essere compito anche della scuola secondaria; e poi sollecitando il settore pubblico e privato a riconoscere  il valore dell’alta formazione. È anche utopistico pensare di aumentare il numero di laureati riducendo la spesa per l’università che è già bassa: secondo l’Ocse, come spesa/Pil nel 2009 l’Italia era 32esima su 37 nazioni.

L’università italiana è mediamente più a buon mercato rispetto a quella dei paesi più avanzati. È un bene o un male?
Non è così a buon mercato: in Europa siamo terzi per tasse universitarie. In ogni caso, favorire l’accesso all’università è un bene. Certo, non deve generare l’idea che poiché non costa tantissimo ci si può iscrivere con «leggerezza», magari permanendo anni, nella condizione di fuori corso. Ma non vorrei giungere alla conclusione che solo le rette alte riescano a rendere consapevoli gli studenti del valore della formazione universitaria. Mi parrebbe una semplificazione eccessiva. Perché l’Università sia «presa sul serio» non è certo sufficiente farla pagare molto. Ancora una volta, è necessario che il sistema Paese le riconosca un valore. Da lì si parte e certo occorre giunga un messaggio anche molto chiaro: la laurea come «pezzo di carta» non serve; serve solo se documenta un percorso formativo elevato, corrispondente a un sapere acquisito. Perciò, occorre prenderla sul serio e non viverla come adempimento burocratico per ottenere un certificato, quali ne siano i costi.

Cosa pensa dell’aumento delle rette per i fuoricorso voluto dal ministro Profumo?
In parte, ho già detto. Penso che ogni misura destinata ad agire solo sui costi sia una misura debole che non interviene sulle cause delle scarse motivazioni a prendere sul serio l’università, ma cerca di contenerne solo taluni effetti. È altrettanto certo, però, che intervenire sulle cause di quella che diventa spesso una storia di disaffezione nei confronti degli studi universitari, non può essere compito di un solo ministero o di un solo ministro. Occorre che la questione del valore della laurea e della formazione universitaria sia attratta e risolta nell’ambito delle politiche pubbliche generali di un Paese.

Secondo lei in Italia il sistema del diritto allo studio è adeguato?



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COMMENTI
05/02/2013 - (Enrico Gori)

"Si racconta che Cornelia, rimasta vedova ancora giovane nel 154 a.C., avesse rifiutato di sposare il re d'Egitto, Tolomeo VIII Evergete, per consacrarsi all'educazione dei figli che seguì perfino nella carriera politica. Si dice che rispose, a una matrona che ostentava le sue pietre preziose, «haec ornamenta mea» - ecco i miei gioielli - mostrando i suoi figli Tiberio e Gaio. Fece parte della famiglia che maggiormente contribuì a diffondere la cultura ellenistica a Roma". Questo per dire che l'unica via d'uscita per il nostro paese è riportare l'educazione dei giovani al centro del problema dello sviluppo etico ed economico del paese. Ma ciò può avvenire solo con un accordo politico almeno ventennale su un chiaro progetto di rifondazione generale dell'istruzione, con cambiamenti radicali nel modo di intendere il valore della conoscenza.