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SCUOLA/ Barbati (Cun): serve un colpo di spugna sulla legge Gelmini o sarà il collasso

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Sapere che ogni riforma è un work in progress: deve essere monitorata, aperta ai correttivi necessari quando le prime applicazioni ne evidenzino le debolezze. Talune già sono emerse: riguardano il modello organizzativo e procedurale delle valutazioni, da semplificare, ridefinire nel peso, nelle finalità e nella proporzionalità agli scopi; il meccanismo delle abilitazioni che rischia di creare una questione sociale, quella dei troppi abilitati in un sistema che non è pronto a pensarsi in termini di abilitati, non reclutabili; l’autonomia universitaria, da ridefinire negli spazi qualificanti.

E a livello macro?
Ripensare l’amministrazione statale di settore, ripartendo dal ministero, dalla sua organizzazione e dalle risorse umane, intese come competenze, che è andato smarrendo. Ripensare l’accorpamento dell’Istruzione con l’Università: troppe sono le eterogeneità e troppo il peso, quasi sbilanciante, dell’Istruzione. Solo un centro forte può garantire autonomie forti come devono essere quelle universitarie. Il centro debole non aiuta le altre autonomie, non possedendo la soggettività piena che consente di entrare in relazione con altri, ma riesce solo a esprimere una concezione difensiva, quasi aggressiva, del proprio ruolo. Ripensare  i processi tramite i quali si formano le decisioni, attraendo in essi il sistema universitario tramite le sedi di rappresentanza istituzionale disponibili e che devono essere rivitalizzate.

Ragioniamo normalmente sull’università e più in generale sul nostro sistema formativo facendo sempre meno ricorso a fattori culturali non misurabili. Ci chiediamo se l’università è all’altezza dei giovani. Ma i giovani sono all’altezza dell’università?
Rivolgo un pensiero a un tema centrale, lasciato su uno sfondo talvolta dimenticato: la scuola secondaria con le sue carenze di sistema. Gli strumenti culturali degli studenti sono molto fragili, tanto che occorre adattare il livello di analisi alle conoscenze mancanti. Le lezioni di anni fa non sarebbero possibili. Spesso manca sin la conoscenza dell’italiano: nelle tesi si correggono sintassi e ortografia. Anche i docenti, oberati da un numero di ore lezione che saranno indice quantitativo di produttività, ma non altrettanto compatibili con la qualità, possono non rendere quelle lezioni alte, possibili quando la docenza universitaria era ciò che dovrebbe essere, ossia comunicazione di chi dedica il tempo alla ricerca e non è chiamato ad assolvere un’infinità di oneri burocratici, producendo ore di didattica spesso in condizioni inaccettabili. Il sapere è altro. Quando ci si renderà conto di questo, liberi da approcci demagogici al «lavoro» dei docenti, si sarà compiuto un grande passo avanti.



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COMMENTI
05/02/2013 - (Enrico Gori)

"Si racconta che Cornelia, rimasta vedova ancora giovane nel 154 a.C., avesse rifiutato di sposare il re d'Egitto, Tolomeo VIII Evergete, per consacrarsi all'educazione dei figli che seguì perfino nella carriera politica. Si dice che rispose, a una matrona che ostentava le sue pietre preziose, «haec ornamenta mea» - ecco i miei gioielli - mostrando i suoi figli Tiberio e Gaio. Fece parte della famiglia che maggiormente contribuì a diffondere la cultura ellenistica a Roma". Questo per dire che l'unica via d'uscita per il nostro paese è riportare l'educazione dei giovani al centro del problema dello sviluppo etico ed economico del paese. Ma ciò può avvenire solo con un accordo politico almeno ventennale su un chiaro progetto di rifondazione generale dell'istruzione, con cambiamenti radicali nel modo di intendere il valore della conoscenza.