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UNIVERSITA'/ Un nuovo modello di finanziamento per battere il centralismo

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Una possibile chiave di lettura risiede nell’incapacità del sistema universitario di riconoscere, ed accettare, la diversificazione al suo interno. Oggi convivono, al suo interno, atenei a vocazione fortemente internazionale ed altri vocati al sostegno dello sviluppo locale; alcuni molto orientati alla ricerca, ed altri alla didattica; taluni con specifiche eccellenze in alcuni ambiti, ed altri che hanno performances medie su tutte le discipline; certi hanno capacità di attrarre risorse da privati e da finanziatori istituzionali, ed altri meno (o per niente). 

Un tale grado di disomogeneità rappresenta un problema? Probabilmente no; ed in ogni caso – al netto delle opinioni personali di ciascuno di noi – si tratta di una realtà evidente che non può essere più negata. Questi ultimi anni di regolamentazione centralistica e uniformante non hanno fatto altro che esacerbare queste differenze, ed hanno ulteriormente aggravato la situazione mettendo in moto politiche perverse di umiliazione degli atenei migliori. 

Un esempio basti a rendere conto di questo modus operandi: la scelta di bloccare il turnover del personale, finalizzato a contenere la spesa pubblica (che andava crescendo fuori controllo) da parte di atenei poco attenti, ha di fatto penalizzato quegli atenei che, negli anni, avevano invece gestito in modo oculato le proprie risorse e che avrebbero potuto, mediante l’assunzione di nuovi giovani ricercatori o professori, migliorare la qualità delle proprie attività didattiche e di ricerca. Perché il ministero non ha applicato la regola del blocco del turnover solo ad alcuni atenei, e non ad altri? Perché il ministero vive nella paura di trattare in modo diverso le diverse università, in nome di una presunta (ma irragionevole e anti-meritoria) “parità di trattamento”. 

Quale strada occorre dunque intraprendere per provare a cambiare la situazione, cercando di migliorare la qualità del nostro sistema universitario? Il documento del Cun sembra suggerire che andrebbe favorito un nuovo aumento di risorse (pubbliche) per le università. L’evidenza empirica sembra suggerire, purtroppo, che quando nel passato si è perseguita questa via i risultati sperati non sono stati conseguiti: molte università hanno utilizzato le risorse in modo “allegro”, e il ministero non ha fatto valere il suo ruolo di controllore. Peraltro, la situazione contingente delle finanze pubbliche sembra rendere la prospettiva di un aumento dei finanziamenti non solo incerta, ma improbabile. 

Perché non tentare, invece, la via della differenziazione e della virtuosa competizione tra università? Si potrebbe rivoluzionare il modo con cui il ministero assegna le risorse alle università, sperimentando un meccanismo di finanziamento degli atenei basato su due dimensioni:



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