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UNIVERSITA'/ Un nuovo modello di finanziamento per battere il centralismo

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1. con riferimento alla didattica, si dovrebbe assegnare una “dote” a ciascuno studente universitario, da spendere presso un qualunque ateneo (statale o non statale); così, le risorse “seguirebbero” le scelte degli studenti, e gli atenei sarebbero costretti a migliorare la propria offerta didattica per attrarre più studenti (“pesando” i finanziamenti sul numero di studenti regolari e laureati, si eviterebbero anche gli incentivi perversi al puro marketing attrattivo);

2. con riferimento alla ricerca, i finanziamenti pubblici dovrebbero essere proporzionali alla capacità di attrarre finanziamenti da soggetti esterni alle università (imprese, bandi competitivi di enti pubblici e privati, ecc.), prevedendo un peso diverso per le discipline scientifiche ed umanistiche, in modo da non penalizzare queste ultime. 

Con un sistema di finanziamento così congegnato, si metterebbero in competizione gli atenei, per incentivarli ad un miglioramento qualitativo costante. Inoltre, si definirebbero in modo esplicito gli obiettivi dei diversi atenei: ciascuno di essi, infatti, sarebbe portato a specializzarsi su quelle discipline e su quelle tipologie di attività (lauree triennali o specialistiche, dottorati, ricerca di base o applicata) sulle quali ha migliori chance di ottenere vantaggi competitivi rispetto alle altre istituzioni. 

Due effetti collaterali importanti di un tale sistema di governance e finanziamento, inoltre, sarebbero (i) quello di legare meno le risorse a un sistema tecnocratico di allocazione centralistico in capo al ministero, e (ii) far emergere con chiarezza la differenziazione tra i diversi atenei. Infine, occorre sottolineare che questo approccio di regolazione del sistema universitario avrebbe il grande pregio di eliminare la burocrazie di molte procedure che oggi sono utilizzate per determinare i meccanismi di allocazione delle risorse, e spingerebbe ciascun ateneo a valorizzare, al proprio interno, le proposte provenienti dai tanti singoli e dei gruppi di ricerca di qualità che pure oggi, in mezzo a tante difficoltà, continuano a lavorare e a portare avanti la didattica e la ricerca.  

La proposta qui delineata vuole essere di natura esemplificativa, e serve solo come spunto di riflessione per interpretare alcune delle cause profonde della crisi del sistema universitario nel nostro Paese. In altre sedi, si potrebbe discutere dei dettagli tecnici, organizzativi e operativi per poter avviare un ripensamento del modello di governance del nostro sistema universitario. Perché questo sia possibile, comunque, occorre una classe politica interessata, persuasa dell’importanza del capitale umano per lo sviluppo del Paese, e coraggiosa nell’intraprendere strade che appaiono controcorrente. Speriamo che, in occasione delle imminenti elezioni, si trovi tempo e spazio di affrontare anche questi temi. 



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