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SCUOLA/ L'autonomia? Per educare non basta

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Aver espulso l’educazione dal nucleo generativo dei sistemi di istruzione e formazione, confinandola nel privato individuale, ha indebolito la capacità di apprezzare l’importanza dell’educazione medesima e ha ingenerato danni gravi nel tessuto sociale e  politico, nei sistemi economici e nella cultura amministrativa e organizzativa. Non si costruisce la comunità – patrimonio primario di un Paese – senza alimentarla di significati condivisi che riempiono di senso i concetti di capitale umano e sociale. Altrimenti i sistemi formativi finiscono per ridursi ad apparati orientati a performances di modesta visione e a terreno di conquista di interessi economici e commerciali, smarrendo l’obiettivo essenziale del servizio alla persona e alla società.

Domandarsi se sia possibile “un’altra scuola” implica certamente mettere in conto le esigenze poste dai cambiamenti tecnologici, economici, sociali, produttivi e geo-politici, orientandole però alla luce dell’educazione come bisogno e diritto connaturato alla persona, sancito in tal senso anche dall’art. 3 della nostra Costituzione. Il riassetto organizzativo e amministrativo, pur necessario, non basta; serve ricordare che equità e promozione delle eccellenze sono obiettivi complementari e che il giusto slancio può venire solo dalla capacità di alimentarsi a orizzonti di significato.

Rendere possibile un’altra scuola implica perciò innanzitutto un cambiamento sostanziale di prospettiva: non è sufficiente rimescolare ingredienti noti o introdurre questa o quella innovazione; occorre bensì fare tesoro del patrimonio che la scuola contiene rinnovando però totalmente le logiche che lo governano e i modi di farlo funzionare. Nessuno può predire quali destini professionali incontreranno gli alunni della scuola di oggi, quali competenze saranno attuali. Per questo il senso profondo della direzione lungo la quale sviluppare un sistema educativo che accompagni ciascuno in ogni stagione della vita, la flessibilità dei metodi adottati per assicurare a ogni studente la sua strada, una grande padronanza degli strumenti necessari per attrezzare ambienti efficaci di apprendimento, delineano l’unica via ragionevole di fronte al futuro.

Mete così complesse possono essere attinte solo in virtù di una trasformazione strutturale dell’assetto del sistema: allo Stato che governa la scuola secondo un modello uniforme e gestisce le scuole si dovrebbe sostituire, senza evidentemente neutralizzarlo, la rete delle comunità locali impegnate a rispondere alle esigenze educative secondo soluzioni differenziate, in linea con i bisogni espressi dalle varie e specifiche situazioni. Ciò affiderebbe alla scuola il compito di lavorare nell’ottica della responsabilità condivisa, ossia di porre in atto una strategia incentrata su un’alleanza educativa costruita sulla pluralità di soggetti sociali interessati al miglior funzionamento delle scuole. In questa prospettiva è possibile non perdersi nella rincorsa a miti indotti, nel funzionalismo spersonalizzante, nelle retoriche che ignorano il terreno accidentato dell’implementazione delle policy; solo così non ci si rassegna all’idea che cambiare è impossibile.



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