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Educazione

SCUOLA/ L'autonomia? Per educare non basta

Il riassetto organizzativo, pur necessario, non basta; anche la promozione delle eccellenze è obiettivo complementare. Ma senza significato non c’è educazione. RENATA VIGANO’

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Oggi non meno di un italiano su due intercetta quotidianamente la scuola. Di scuola si parla, si scrive, si dibatte anche aspramente. Il governo della scuola è certamente arduo; è quindi comprensibile che disegnare e realizzare politiche scolastiche efficaci all’altezza del compito educativo sia un obiettivo complesso.

Nel nostro Paese in particolare il policymaking scolastico e formativo denuncia in maniera evidente il suo affanno. Tra i sintomi più conosciuti vi sono i riscontri poco confortanti se non allarmanti dei risultati della scuola italiana, in riferimento a standard nazionali e internazionali. Sono noti i limiti di ogni esercizio valutativo, dei ranking e delle classifiche, di ogni procedura vòlta a sottoporre a misurazione dimensioni complesse come la qualità della scuola; occorre conoscere bene i processi di costruzione dei dati per interpretarli in maniera corretta e non alterarne il significato reale. Nondimeno la molteplicità delle fonti e degli studi e i riscontri ripetuti negli anni, unitamente ai molteplici segnali di malessere e sofferenza attestano non una difficoltà temporanea o congiunturale ma la presenza di un problema strutturale.

La questione è complessa: attraversa le generazioni, le classi sociali, le strutture economiche e produttive, gli assetti normativi, amministrativi e gestionali; occorrono perciò azioni diverse integrate e una visione strategica nel medio termine. Serve una strategia di sviluppo e miglioramento continuo, basata sulla convinzione che investire nel sistema educativo del Paese genera valore per la società. Altrimenti “i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale e la rettorica che ci rode le ossa” - per dirla con i termini impiegati da Pasquale Villari nel 1866 - trovano facile terreno di riconquista, nei modi e nelle forme corrispondenti alla società odierna, in cui invece la conoscenza è fattore ineludibile per lo sviluppo, la convivenza civile, la giustizia.

Cause, condizioni e strategie migliorative di tale scenario non vanno però cercate solo nell’intrico di aspetti sociali, economici, politici, amministrativi e organizzativi. È quasi superfluo rammentare il richiamo all’emergenza educativa per prendere coscienza delle conseguenze nefaste e dei rischi indotti dalla progressiva erosione dell’educazione come orizzonte di impegno sociale e istituzionale. L’onda lunga di ideologie che hanno minato la responsabilità educativa di soggetti e istituzioni, gli atteggiamenti di delega fra i soggetti pubblici e privati, la latitanza di una riflessione culturale e di una ricerca scientifica autorevoli, il dilagare di modelli e pratiche orientate a criteri privi di un fondamento radicato nel principio del rispetto per la persona, sono fattori tutti concorrenti alla criticità del quadro attuale.