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SCUOLA/ Ma quale Regolamento, è l'orario dei docenti la chiave di tutto

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Le 80 ore vennero alla luce dopo le ormai dimenticate 220 ore contrattuali annue che negli anni Ottanta erano state definite come il tempo minimo necessario ai docenti per svolgere le sante attività collegiali. 

220 ore annue volevano dire 20 ore al mese per 11 mesi e cioè in pratica un pomeriggio alla settimana in cui tutti i docenti fossero a scuola per riunioni di vario tipo. Ma molti docenti, specialmente quelli con poche classi, si ribellavano dicendo che avevano più lavoro a casa dei loro colleghi di educazione fisica o di artistica o di religione e quindi le 220 ore per tutti erano ingiuste. Si giunse così alle 80 ore annue, divise poi in 40 + 40 cioè 40 per i collegi e commissioni e 40 per i consigli di classe. Così se un docente ha fatto 60 ore in un anno e ha già colmato uno dei due vasi di 40 ore non può essere ulteriormente convocato in quel vaso.

E così gli insegnanti delle elementari, dopo l’abolizione dell’esame di quinta, sono in vacanza dal 13 giugno al 13 settembre circa. Ugualmente stanno tutti i docenti non impegnati in esami alle medie ed alle superiori. 

Nonostante la mitologia della collegialità, in realtà la funzione docente è assolutamente solitaria e gli insegnanti di una scuola statale si parlano solo nei corridoi durante i passaggi di classe o negli intervalli.

Stante questa situazione è assolutamente impossibile stabilire nelle scuole reali procedure e strumenti organizzativi per l’autovalutazione. Oggi solo l’attivismo volontaristico di un 10 per cento realmente “missionario” dei docenti riesce a fatica a mantenere una routine sempre degradante. Non esistono strumenti, energie e risorse per fare passi in avanti.

Solo creando, almeno in parte, la figura del docente a tempo pieno con un contratto simile a quello dei docenti regionali o delle scuole private si potrebbe porre rimedio alla situazione. Questo docente potrebbe essere pagato di più e le risorse sarebbero facilmente reperibili se ci si decidesse a ridurre  il gigantismo del curricolo annuale e totale italiano che i totem sindacali difendono ad oltranza.

Forse questa strada sembra impercorribile a molti. Certamente ad Andrea Ichino che disperando evidentemente in una modifica dell’intero sistema scolastico propone nel suo articolo sul Corriere di venerdì 8 marzo la via dell’autonomia degli istituti scolastici. Rifacendosi alle innumerevoli esperienze internazionali, chiede che sia consentito alle scuole che lo desiderano “di sperimentare altri modi di fare scuola a chi vuole provarci, senza per questo impedire, a chi preferisce restare nel sistema tradizionale, di farlo”. In realtà questa non è la via dell’autonomia ma la via della richiesta timida di una immunità, del permesso all’indipendenza dal centralismo ministeriale chiesta umilmente e con moderazione.



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