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SCUOLA/ Compiti in classe: qual è il senso di quelle correzioni "incrociate"?

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E’ notizia di questi giorni che in un importante liceo milanese gruppi di insegnanti – non senza qualche vivace resistenza da parte di altri docenti del medesimo istituto – hanno avviato valutazioni trasversali con scambi di compiti tra una classe e l’altra allo scopo di rendere più equi e meno soggettivi i voti attribuiti agli allievi. Si tratta di un apprezzabile tentativo per porre qualche rimedio rispetto alle forti differenze di assegnazione dei voti documentate da una precisa indagine della presidenza. 

Di fronte a esperienze di questo genere occorre tuttavia non cadere nelle semplificazioni. La ricerca della maggiore omogeneità valutativa possibile all’interno di un istituto attraverso il confronto tra classi è uno scopo senz’altro virtuoso. Esistono già numerose esperienze di questo tipo compiute in varie parti d’Italia, addirittura – in qualche caso – con iniziative molto ben congegnate realizzate in rete. Lo scopo di intraprese siffatte dovrebbe essere, tuttavia, quello di confrontare i livelli di apprendimento tra situazioni diverse e non quello di frenare i docenti più severi (una volta si diceva di “manica stretta”), o contenere le proteste dei genitori che mal sopportano gli insuccessi scolastici dei figli. La ragione dei confronti è ben più impegnativa: rendere il più possibile omogenea la preparazione degli studenti.

Non bisogna al tempo stesso dimenticare che la rilevazione della qualità degli apprendimenti è atto da tenere ben distinto dalla valutazione attribuita a ciascuno studente. Ogni valutazione, per essere equa, è tenuta a rapportarsi al “contratto” di insegnamento/apprendimento implicitamente stabilito tra studente e insegnante. Come si può ben immaginare non basta qualche scambio di compito per garantire maggiore giustizia nell’attribuzione delle valutazioni personali. Forse può essere solo utile a incoraggiare qualche riflessione interna.      

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COMMENTI
14/03/2013 - misurare e valutare (Giuliana Zanello)

Rigrazio sentitamente il professor Chiosso per questo articolo, in particolare per la frase in cui richiama la differenza tra rilevazione degli apprendimenti e valutazione. La rilevazione è sempre preziosa; ben vengano, in questo senso, gli strumenti approntati dall'Invalsi così come le indagini internazionali, ma anche occasioni ben costruite e insieme attraenti come le diverse Olimpiadi. Va tutto benissimo, purché ci si ricordi che la valutazione è un'altra cosa e non può mai prescindere da un rapporto, con l'allievo e con il contesto in cui è inserito. La valutazione è un'attività più ricca e complessa, più ansiogena e rischiosa. Più faticosa e poco rassicurante per chi deve assumersene la responsabilità. Tuttavia non si può inseguire l'oggettività della misurazione come un mito tranquillizzante, non solo per lo sguardo pesantemente riduttivo che si finisce per volgere all'allievo ma anche per la retroazione negativa sugli insegnamenti e sulle prove, selezionati, gli uni e le altre, in base al loro grado di adattabilità alla misurazione 'oggettiva'.