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SCUOLA/ "Addio" Stato, è l'ora delle Regioni?

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In secondo luogo, dall’analisi emerge come non esista un “sistema scolastico lombardo”, definibile come sistema di istituzioni scolastiche omogenee sotto il profilo delle caratteristiche e delle prestazioni ottenute. Se una comparazione dei dati aggregati a livello regionale consente solamente valutazioni sulle differenze strutturali inter-regionali, un’analisi più dettagliata intra-regionale fa emergere un quadro molto più eterogeneo e variegato, sia tra province lombarde che all’interno delle singole province. La consapevolezza di tali differenze (legate, ad esempio, all’incidenza del fenomeno dell’immigrazione, o alla differente disponibilità di risorse, ecc.) può consentire al policy-maker regionale, nonchè agli altri attori e stakeholders, riflessioni ed interventi molto più circostanziati di quanto non siano possibili per il regolatore nazionale. 

Sebbene in media le scuole lombarde ottengano performances migliori della media nazionale, si riscontrano all’interno del sistema lombardo anche scuole con livelli di prestazione ancora insoddisfacenti (sulle quali si potranno definire specifici piani di miglioramento), così come esperienze di assoluta eccellenza che potrebbero essere utilizzate come best-practices per analisi di benchmarking. Sotto questo profilo, la dimensione regionale appare la più appropriata per esercizi di valutazione che non corrano il rischio di “omogeneizzare” eccessivamente le attività delle singole scuole, e che siano invece in grado di tenere in debito conto le loro differenze in termini di risorse, caratteristiche, processi e background socioeconomico della popolazione studentesca. 

Il terzo messaggio riguarda le determinanti delle prestazioni degli studenti e delle scuole. Nonostante i dati disponibili non si prestino ad analisi dei nessi causali tra variabili descrittive e performances, lo studio condotto ha consentito di studiare i fattori statisticamente associati ai risultati degli studenti in termini di apprendimento. I risultati dello studio sono coerenti con quelli derivanti dalla letteratura esistente, e mostrano come sia ancora forte il ruolo esercitato della composizione socio-economica della popolazione studentesca: le scuole che ottengono risultati migliori sono (in media) quelle in cui gli studenti provengono da un background familiare più favorevole. Da questo punto di vista, si può ritenere che, ancora oggi, il ruolo della scuola nel ridurre i divari socioeconomici di partenza non sia esercitato appieno. 

Appare necessario, quindi, che i policy-makers focalizzino la propria attenzione sullo sviluppo di quei fattori e processi (clima scolastico, formazione dei docenti, modalità didattiche innovative, ecc.) che potrebbero avere, nel medio-lungo periodo, effetti positivi in termini di risultati ottenuti dagli studenti, anche e soprattutto coloro che partono da una condizione di partenza svantaggiata. In questa prospettiva, si dovrebbe prestare maggiore attenzione agli strumenti di diritto allo studio (sostegno finanziario agli studenti e alle loro famiglie) che, anche in continuità con le politiche di diritto allo studio universitario, potrebbero meglio contrastare i fenomeni di abbandono scolastico e di dispersione.

Complessivamente, i risultati dello studio mettono dunque in luce diversi spunti di riflessione che potrebbero utilmente essere colti per riflettere sulla eterogeneità presente in un sistema scolastico che, pur caratterizzato da prestazioni migliori rispetto al resto del paese, vede al suo interno una comunque significativa differenziazione. 



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