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SCUOLA/ Laureati e disoccupati? I giovani ringrazino l'istruzione "light"

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Dovremmo, invece, coraggiosamente e in una prospettiva di lungo periodo e di sviluppo vero del Paese, tentare di riallineare il valore legale del titolo con quello sostanziale: dobbiamo mettere in condizione i nostri ragazzi di avere una formazione che li renda cittadini del mondo, che costituisca per loro un vero ascensore sociale. Solo puntando su una politica di questo genere possiamo ragionevolmente sperare che la laurea torni ad essere appetita e il numero dei laureati torni a crescere. Insomma bisogna affrontare il problema alla radice: l’offerta formativa delle nostre università è sempre meno all’altezza dello sviluppo di un Paese competitivo.

Per questo concordo completamente con l’osservazione di Cammelli quando scrive: “l’università, oggi più che mai, nel progettare l’offerta formativa non può guardare solo alla domanda che viene dalla società contemporanea, si potrebbe dire in un’ottica di breve periodo, ma deve fornire una preparazione solida dal punto di vista teorico e funzionale ad attività professionali che richiedono un’elevata qualificazione: «Oggi i sistemi di istruzione devono preparare per lavori che non sono stati ancora creati, per tecnologie che non sono ancora state inventate, per problemi che ancora non sappiamo che nasceranno»” (Andreas Schleicher, responsabile della Divisione Indicatori e Analisi dell'Ocse) (pag. 27).

La seconda considerazione è che la questione del disallineamento tra valore legale e valore sostanziale del titolo a livello universitario riproduce esattamente la stessa dinamica a livello della scuola media superiore. Uno scollamento che si ripercuote drammaticamente sulla testa dei nostri ragazzi che vengono illusi da un sistema che li promuove ma che non gli fornisce gli strumenti culturali adeguati per muoversi nel mondo. Le indagini Ocse-Pisa ci dicono che i nostri 15 enni sono indietro rispetto ai loro coetanei di molti Paesi nelle abilità di base come lettura e comprensione di un testo, e matematica. Ed allora non si può nuovamente che concordare con Cammelli quando osserva che “è indubbio che le università e i singoli docenti dovrebbero impegnarsi di più al fine di sviluppare modalità didattiche funzionali a potenziare queste competenze essenziali nel mondo del lavoro. Occorre però rilevare che si tratta di competenze che andrebbero sviluppate soprattutto nel corso della scolarizzazione primaria e secondaria: l’università non è nelle condizioni di svolgere funzioni di supplenza rispetto a questo compito” (pag. 30).

La terza considerazione riguarda le diseguaglianze di genere, non compensate da livelli di istruzione più elevati. Quasi ovunque le laureate raggiungono risultati migliori rispetto ai loro colleghi uomini, ma a ciò non fa riscontro un posizionamento migliore nel mondo del lavoro, ed anzi l’occupazione italiana è meno favorevole nei confronti della popolazione femminile (pag. 17).



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