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SCUOLA/ Maschio e femmina, la differenza che non piace ad alcuni "educatori"

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La quarta: i luoghi educativi non possono diventare terreno di scontro, perché sono chiamati invece a custodire l’umano. Davvero al centro di certe pubbliche prese di posizione c’è la preoccupazione per i bambini, o non piuttosto i desideri degli adulti di voler (ad ogni costo) vedere legittimati dalla forza della legge i propri desideri ed i propri stili di vita? 

Nei luoghi educativi noi impariamo la prima grammatica dell’umano: il vero e il falso, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. Anzitutto nella famiglia, che ci offre con i legami di attaccamento primordiale quella “base sicura” di cui parla J. Bowlby, fondamentale per ogni nostro passo successivo; e che (non in qualunque sua configurazione) ci testimonia concretamente il valore simbolico e la fecondità della differenza sessuale, paradigma di una relazione capace di produrre novità reale. 

E poi in quel secondo luogo educativo che è la scuola, che non può essere neutra rispetto alla verità dell’umano, e che è chiamata a partire nel suo quotidiano impegno da un’umanità presente (quella dei soggetti che le sono affidati, con i loro reali bisogni di crescita), non da un’umanità futura da produrre grazie ai progetti ed alle sperimentazioni degli educatori. Essendo il primo luogo di socializzazione delle giovani generazioni essa è un terreno particolarmente delicato e decisivo: nella scuola si manifesta infatti pubblicamente il modo in cui la generazione adulta concepisce e pratica il compito educativo, premessa del mondo che sarà. Custodia o indefinita manipolazione?

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