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SCUOLA/ Bertagna: i test di ingresso? No, sarebbe un ritorno a Gentile

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Molto semplice. Anche a lasciar stare il fatto che non sia un impianto pedagogico e che sia in più anche ingiusto, il darwinismo culturale o sociale soggiacente al gentilianesimo è tremendamente dissipatorio. Spreca e svilisce le intelligenze e le eccellenze non «scolastiche» (forse meglio dire «scolasticistiche»). Oggi non è più riproponbile. Da un lato, infatti, le coorti generazionali, con la catastrofe demografica degli ultimi decenni, hanno reso i giovani la merce più preziosa che possediamo. Non possiamo tollerare, per economia se non, come dovrebbe essere, per pedagogia, di sacrificare ad un’unica forma di intelligenza e di eccellenza, appunto quella «scolastica», l’intelligenza e l’eccellenza di cui invece ogni essere umano è portatore. Dall’altro lato, inoltre, con la globalizzazione e la società della conoscenza, per mantenere i livelli di benessere raggiunti abbiamo assoluto bisogno del contributo non dell’intelligenza e dell’eccellenza di pochi ma di tutti, nessuno escluso, e per di più distribuite con impegno lungo tutto l’arco della vita.

Come mai allora questi ritorni al passato presentati come avanguardie della futura meritocrazia?
Dopo il fascismo, era ragionevole aspettarsi che la Repubblica democratica modificasse alla radice il paradigma selettivo del sistema scolastico, peraltro esasperato nel suo statalismo centralista durante il ventennio. Non accadde. Ci fu invece a partire dalla fine degli anni 60 una scelta giustissima: allargare la scuola a tutti, e possibilmente fino agli studi superiori. Purtroppo, però, soltanto cercando di «democratizzare» sempre più un sistema e un’organizzazione che non era nato a questo scopo e che non aveva affatto questo scopo.

Allora che facciamo, adesso?
E allora non si può più pensare ad un sistema che chiede ai ragazzi di adattarsi alla propria offerta, ma occorre pensare ad un sistema che si adatti alle caratteristiche specifiche dei giovani. Raccogliere, ancorché con colpevole ritardo, la sfida culturale lanciata con coraggio dieci anni fa dalla riforma Moratti e osteggiata, questo il paradosso, dagli stessi che oggi si oppongono a questa malintesa meritocrazia selettiva.  Ovvero si tratta di offrire percorsi secondari e superiori molto differenziati, sebbene di pari dignità. Smettendola con la mentalità del liceo che sarebbe di serie A, dei tecnici che starebbero nella serie B, i professionali in serie C, i Cfp in D e l’apprendistato nemmeno ritenuto formazione, perduto, in play out.

Abbandonare una impostazione «licealista», dunque. Come invertire la rotta?
Lo si fa: con un forte rilancio del programma sturziano di decentramento delle responsabilità e delle strutture formative ai territori; con una reale e piena autonomia delle istituzioni scolastiche nel reclutamento e nella gestione del personale, nella flessibilità organizzativa, nella personalizzazione dei percorsi formativi; affiancando all’università una forte formazione professionale superiore (come accade in Germania); avviando (come accade ancora in Germania) un vero e proprio sistema formativo di massa dai 15 ai 29 anni fondato sull’apprendistato; col riconoscimento che le competenze  acquisite anche in situazioni non formali (luoghi di lavoro) e informali (la vita ordinaria) valgono tanto quanto quelle certificate con i titoli di studio formali della scuola e dell’università.



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