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SCUOLA/ Istruzioni per uscire dalla "trappola" dello studio

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Così scritta questa prospettiva ci pare esagerata, se non irreale, ma di questa cultura siamo completamente impregnati. Chi ammiriamo e celebriamo di più, tanto nei discorsi privati che nelle relazioni pubbliche: l’apprendista meccanico o il ricercatore universitario (magari “cervello in fuga”, così il cocktail conformistico è completo)?

Il rapporto tra formazione e lavoro, invece, rende evidente che non c’è scienza senza la disponibilità di una tecnologia e di varie tecniche adeguate ad elaborarla; non esiste nessuna tecnologia che possa prescindere dalla scienza intesa come riflessione critica su di essa. Perché questo scambio possa avverarsi è necessario che il lavoro di didattica e di ricerca che si conduce nelle istituzioni di istruzione e di formazione secondarie e superiori abbia relazioni costanti con i processi di produzione, sviluppo e ricerca applicata che si svolgono nelle imprese, nelle istituzioni e nelle dinamiche sociali di un territorio. Allo stesso modo è di assoluto interesse per queste realtà collaborare con le istituzioni formative per allargare gli orizzonti, aggiornarsi, modernizzarsi. Insomma fare anche più profitto se non si è sensibili allo scopo sociale o critico-educativo dell’impresa.

Didatticamente non si può supporre di cogliere questo obiettivo attrezzando in scuole e università laboratori che finiscono per essere luoghi dove «esporre strumenti costosi, ma destinati all’acchiappapolveri e alla rapida obsolescenza» o ambienti ancora una volta «coerenti con la teoria dei due tempi», dove il modello è quello «dell’auditorium, dove si “ascolta una lezione” e non del laboratorium, dove “si fa una lezione”, proprio nel senso di co-costruirsela, co-farsela, co-modellarsela con i compagni, con i docenti, con il tutor aziendale ecc…». È questa la differenza tra «didattica di laboratorio» e «didattica laboratoriale»: la prima è separatista, ultimamente tradizionale nell’organizzazione, anche se diversa nella location; la seconda è fondata sulla «sincronicità tra teoria e pratica».

Il titolo del volume può quindi trarre in inganno: i diversi contributi che lo compongono non intendono difendere un metodo, quale quello del laboratorio classicamente inteso, attento a mediare il rapporto tra la realtà e lo studente, silenziandola e attutendone l’impatto. Al contrario, l’obiettivo è quello di «collocare le potenzialità formative del laboratorio nel più ampio scenario di un sistema educativo che è sempre più centrato sulla circolarità tra lavoro e scuola, cultura e impresa». 

Il titolo, nella sua estrema sintesi, seppure caratterizzata dall’eloquente verbo “fare”, chiaramente in contrapposizione al “pensare”, è forse la nota più stonata di tutto il lavoro, poiché mal dispone il lettore – quantomeno quello proveniente da altri ambiti, come il sottoscritto − orientandolo verso un filone letterario ben diverso, come contenuti e riferimenti culturali. 



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COMMENTI
24/03/2013 - Didattica laboratoriale: un cambiamento strategico (enrico maranzana)

La didattica laboratoriale rimuove il tradizionale rapporto medico-paziente (uno conosce, l’altro si adegua) per sostituirlo con la progettazione di situazioni stimolanti, atte a collocare gli studenti sul terreno della ricerca, motivandoli autenticamente. Una scelta obbligata in quanto le competenze, finalità del sistema educativo, non possono essere insegnate; si apprendono con l’esercizio. In rete “Laboratorio di matematica: il teorema di Pitagora” mostra la direzione del necessario cambiamento.