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SCUOLA/ A chi conviene lasciare i dirigenti con l'autonomia a metà?

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Prendendo spunto dagli interventi esperienziali di dirigenti scolastici stranieri (Burkard Schmitt, Germania; Daniel Henry, Francia; Francesco Romo, Spagna) utili a comprendere quale maggior efficienza possono avere realtà scolastiche in condizione di autonomia e maggior autorevolezza riconosciuta a chi dirige una scuola, si è cercato di delinearne la figura possibile secondo il nostro ordinamento ancora frenato da una normativa non favorevole, da una burocrazia invasiva, da un contratto di lavoro che non favorisce la funzione di guida, anche educativa, che deve avere chi dirige una scuola. “Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare, ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente”, ha ricordato Cocozza, citando Bismarck. Da qui si è partiti per costruire il possibile identikit.

Con intensi interventi Giorgio Chiosso, Antonio Cocozza, Antonio Petrolino, Attilio Oliva e Giorgio Rembado (consiglio di leggere i testi integrali sul sito Disal) hanno dipinto un interessante quadro che punta sulla necessità di leggere il presente con riguardo all’odierna antropologia culturale degli studenti. Essa (aiutata dalle scelte di sistema) guarda oggi ad un apprendimento strumentale mirato ad acquisire le competenze utili al mondo del lavoro trascurando e mettendo in secondo piano la valenza culturale della scuola. Da qui il consiglio di far diventare la scuola “casa di vetro” basata su cinque principi: trasparenza, committment, responsabilità, progettualità, cooperazione, nella consapevolezza che oggi si può governare una scuola solo attraverso una leadership cooperativa ed in cui è importante migliorare la comunicazione.

Attilio Oliva, considerato quale punto chiave il tema del reclutamento − l'attitudine a dirigere non si impara in nessun corso di formazione, ma quella della leadership è una attitudine naturale – ha proposto di: definire il profilo del dirigente, istituire il praticantato, avviare un percorso di carriera in cui i dirigenti più bravi dovrebbero avere la possibilità di governare al ministero, stipulare un contratto di lavoro con la presenza di una rappresentanza di dirigenti scolatici, dar vita ad una leadership distribuita coinvolgendo un gruppo di comando con quattro o cinque persone scelte dal dirigente.

Per finire “l’autonomia”. Purtroppo da anni si afferma l'autonomia, ma si potenzia un nuovo neo centralismo. Sul tema si sono sentite due posizioni a mio avviso solo apparentemente contrapposte: quella di Vittorio Campione, che ritiene quello di oggi un tempo propizio per l’autonomia, a motivo dell’avanzare di un mix di innovazione, di disillusione all'interno delle nostre comunità scolastiche e di una spinta frutto della crisi poiché i giovani hanno necessità di uscire dalle scuole in condizioni diverse; e quello di Anna Poggi che, invece, ha evidenziato il rischio che, con la crisi, gli Stati, con la scusa di scarse risorse, possano tendere alla semplificazione puntando a far si che sia lo Stato a dare tutte le risposte ai bisogni dei cittadini. 



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