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SCUOLA/ La "riforma" dell'anno in meno rischia di fallire, ecco perché

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Il tema ci porta al cuore della questione che interroga la scuola oggi: l’abbandono che non solo è nascosto ma anche palese e che in questa forma tocca un giovane su cinque. Ed è questa la seconda, più complessa, ragione che può motivare l’abolizione di un anno nell’attuale percorso scolastico. 

Il fenomeno della dispersione palese si presenta in modo particolarmente critico nei primi anni della scuola secondaria superiore, con un’incidenza crescente passando dai percorsi liceali a quelli tecnici e a quelli professionali, dove raggiunge il suo massimo. Sarebbe errato pensare che le ragioni dell’abbandono dipendano primariamente dal percorso scolastico che si sta iniziando; se così fosse la proporzione degli abbandoni dovrebbe essere simile nei diversi percorsi o, più probabilmente, con proporzioni invertite rispetto ai dati verificati, a meno che non si ritenga che un percorso di studi professionali sia molto più impegnativo di un percorso liceale (o tecnico) a cui peraltro la scuola media orienta sistematicamente solo gli studenti ritenuti migliori.

Le ragioni dell’abbandono vanno piuttosto ricercate negli anni precedenti. Come mostrano alcune ricerche empiriche − per la verità non numerose e in genere relative a zone territoriali molto delimitate – è negli anni conclusivi del primo ciclo che si manifesta il progressivo distacco tra allievi e scuola, distacco legato prevalentemente alla difficoltà a riconoscere l’utilità (il senso) di una condizione cui si è “obbligati”, oltre che dalla legge, anche da un condizionamento socio-culturale che fa coincidere la “presenza sociale” di un ragazzo con la sua condizione di studente. Esisto in quanto studente: ma a questo dato non corrisponde un significato, o almeno il ragazzo non lo percepisce e per questo gli appare sempre più un dato solo convenzionale.

In questo punto del percorso e per queste ragioni può essere opportuno intervenire sugli anni di scolarizzazione previsti dall’ordinamento. Le altre soluzioni proposte sono solo apparentemente migliori. Un anticipo della scolarizzazione obbligatoria metterebbe infatti in crisi la scuola dell’infanzia, che dalla scuola materna ha ereditato un’impostazione pedagogica e un patrimonio didattico in grado di valorizzare al massimo la condizione dell’infanzia. All’altro capo del percorso, far cadere l’ultimo anno della scuola secondaria superiore diminuirebbe drasticamente la capacità di rispondere alla crisi che genera l’abbandono, esplicito e implicito. Infatti, il primo biennio sarebbe definitivamente assimilato alla scuola precedente, quella che non riesce a motivare e a interessare, e quindi a richiamare e sostenere una responsabilità personale, e il biennio successivo acquisterebbe le caratteristiche di un altro momento in sostanziale stand by, con funzione prevalente di “preselezione” rispetto ai successivi percorsi di istruzione superiore. La sua capacità di sostenere lo sviluppo dell’identità dello studente in una prospettiva che si misura sempre più strettamente con la realtà sfumerebbe ancora una volta in un contesto genericamente “formativo” e “orientativo”.



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