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SCUOLA/ La "riforma" dell'anno in meno rischia di fallire, ecco perché

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La scelta di passare da una scuola di base di 8 anni ad una scuola di base di 7 anni permetterebbe di riprendere in mano il passaggio critico del nostro sistema scolastico anche in aspetti meno facilmente gestibili, come il rapporto tra i due tronconi che lo costituiscono (scuola primaria e scuola media inferiore) che continuano a rimanere due mondi separati e come la registrazione di alcuni suoi aspetti particolarmente rilevanti, e particolarmente critici, tra cui la sua funzione orientativa. 

Giuseppe Bertagna in una sua recente intervista diceva che “…su queste idee bisognerebbe non essere generici ma essere più precisi …”, istanza giusta a condizione che la precisione richiesta non coincida con la definizione di un quadro organizzativo coerente ai modelli che ancora attualmente caratterizzano la nostra amministrazione. E qui sta certamente una delle ragioni per cui il ministro Berlinguer non riuscì a trasferire la proposta dalla carta alla scuola reale. 

Il problema creato dal raddoppio del numero di studenti che, in certo momento, dovranno lasciare la scuola di base potrà essere risolto solo aprendo differenti possibilità che chiamino in causa la scelta dei protagonisti: studenti (e genitori) e operatori (dirigenti e insegnanti). Una strada ad esempio può essere l’ampliamento della possibilità già offerta all’ingresso della scuola dell’infanzia e della scuola elementare; analogamente si potrebbero rendere meno rigidi i vincoli di età per l’iscrizione alle diverse classi. Oppure, attraverso l’uso delle possibilità già oggi offerte anche nella scuola di base dalle norme sull’autonomia, facilitare il passaggio anticipato di quote di studenti prefissate, con caratteristiche definite, attraverso by pass collocati lungo tutto il percorso.

Anche un moderato aumento di insegnanti nella scuola secondaria, in particolare nei percorsi tecnico-professionali, sarebbe accettabile se, come deve essere, la diminuzione di un anno del percorso scolastico non si ridurrà ad una pedissequa imitazione di modelli europei (che poi in realtà sono spesso modelli italiani che cercano dall’Europa il via libera a proposte altrimenti difficilmente sostenibili), ma si collochi come un importante tassello di un progetto rivolto a contrastare la dispersione nella nostra scuola. 

E se poi, per completare il passaggio nell’istruzione secondaria dell’onda “anomala” generata dal cambiamento, sarà necessario inserire qualche insegnante in più nella scuola secondaria e nell’istruzione e formazione professionale, non sarà un prezzo troppo gravoso se permetterà di ottenere concreti risultati nel contrasto alla dispersione, palese e nascosta.



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